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"Il Dono della Vita"

Ecco perchè il dolore e la sofferenza non sono sinonimi

di Mario Morello*

Il dolore e la sofferenza sono sinonimi? Cosa rappresentano realmente? In cosa differiscono?
Sono queste alcune delle domande che in molti si pongono, ma sono anche le domande di senso che ci troviamo a dover gestire quando ci troviamo davanti ad una malattia.
Già, la malattia… questa “fase” della vita nella quale l’equilibrio tende a spezzarsi. Generalmente si ha paura della malattia, soprattutto quando non se ne conoscono gli esiti.
È una condizione che stravolge, anzi sconvolge la nostra vita fino al allora vissuta e rovescia completamente quella routine quotidiana a cui eravamo abituati.
Molto spesso, in modo sbrigativo, tendiamo a collegare alla malattia in maniera univoca “solo” il dolore, ma é proprio così? È davvero l’unica dimensione che entra in gioco?
Vediamo come la IASP (International Association for the Study of Pain) ha definito il dolore nel 1979:
Un’esperienza sensitiva ed emotiva spiacevole, associata ad un effettivo o potenziale danno tissutale o comunque descritta come tale”.
Il dolore inoltre rappresenta sempre un’esperienza soggettiva e può essere classificato in: nocicettivo, neuropatico, misto, psicogeno, cronico (comprendente anche l’oncologico). Per l’importanza clinica attribuitagli è stato addirittura definito come il quinto segno vitale.
Per attenuare il dolore abbiamo a disposizione una vasta gamma di terapie antalgiche, farmacologiche e non. Una volta individuata la causa si applica la miglior terapia a disposizione e la si titola per ottenerne il miglior effetto terapeutico.
E la sofferenza umana?
Cosa contraddistingue il dolore dalla sofferenza? Perché la sofferenza è molto più problematica e molto più difficilmente “curabile” del dolore?
San Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Salvifici doloris” (punto 5), afferma:
“L’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato nell’umanità stessa”.
La sofferenza viene anche definita come “dolore totale”. Perché?  Perché la sofferenza è “uno stato” della persona, e non solo un corteo di sintomi e/o segni. La sofferenza non comprende solo il dolore fisico, ma anche il “dolore dell’anima”, il “dolore esistenziale”, il “dolore socio-economico”, il “cambiamento di status”. Nello stato di sofferenza è tutta la persona che soffre.
Allora il vero problema che occorre porci diventa un altro: come curare la sofferenza?
Per curare la sofferenza bisogna curare la persona, e non solo la malattia dalla quale è affetta. Il passaggio “epocale” che si ha urgenza di compiere è rappresentato dal sostituire il “to cure” con il “to care”, ossia passare dal “curare” al “prendersi cura”.
Ma cosa significa prendersi cura?
Significa riconoscere nella persona umana un soggetto unico ed irripetibile; un soggetto per l’appunto, e non un semplice oggetto delle cure. Ma significa anche riscoprire la persona in relazione continua con gli altri e con l’ambiente in cui vive, dare valore e risposte ai suoi bisogni, alle sue domande ed alle sue problematiche. In queste situazioni si cerca nell’altro comprensione ed aiuto, si tende la mano sperando di ricevere uno sguardo, un sorriso, talvolta una carezza, una parola di conforto. La nostra società postmoderna invece, liquida (come la definisce Bauman), o addirittura tecnoliquida (come definita da più autori successivi), sembra purtroppo rifiutare la logica dell’ascolto, mentre continua ad essere decisamente orientata verso il “tecnicismo esasperato e disumanizzante” nel quale la spersonalizzazione è assoluta e la persona sembra ridotta a “macchina umana”.
Il tecnicismo esasperato tende a causare una riduzione progressiva del coinvolgimento umano dell’operatore sanitario, e questo rappresenta una delle cause fondamentali dell’aumento della sofferenza nel paziente. Le logiche ed i modelli usati nella gestione degli ambienti sanitari e sociosanitari sono molto spesso di tipo aziendale, dove si privilegia il risparmio o “l’immagine”, invece di puntare sul soggetto umano, con i suoi valori, la sua dignità ed i suoi problemi.
Da questa breve illustrazione si può notare come il dolore sia compreso nell’ambito della sofferenza, e non viceversa. Limitarsi a curare il dolore può risultare assolutamente inefficace, se l’obiettivo è il benessere dell’individuo. Bisogna ripensare i modelli assistenziali, ritornando a mettere al centro i veri bisogni della persona umana, e soprattutto occorre (e questo è assolutamente indifferibile se si vuole centrare l’obiettivo di assistere efficacemente l’essere umano sofferente) ripensare i modelli curricolari degli insegnamenti universitari nelle “scuole della salute”. Solo ripartendo da una formazione centrata sulla persona, unica modalità valida ed efficace, saremo in grado di servire pienamente l’umanità sofferente. 

*Medico di Medicina Generale, Esperto in Bioetica.
Presidente Donum Vitae Padova, Presidente nazionale ACOS (Associazione Cattolici Operatori Sanitari).

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