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"Il Dono della Vita"

Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo.

Pubblichiamo un articolo di presentazione del Dottor Casciano al “Manifesto sul diritto alla vita” nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo (10 dicembre 1948 – 10 dicembre 2018).

Come noto, quest’anno ricorrono i 70 anni dall’approvazione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (DUDU), oltre che dall’entrata in vigore della nostra Costituzione.
Nell’incipit del preambolo al testo DUDU, ovvero nelle primissime parole che accompagnano la solenne proclamazione dei suoi contenuti precettivi, è sancito “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, quale base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”, statuizione che assurge a formale e definitiva presa di coscienza, da parte dell’umanità, tanto della dignità personale dell’essere umano, quale fondamento primo ed ultimo, metastorico e metaetico, di ogni possibile e pensabile dichiarazione di diritti, quanto della valenza strumentale che il suo riconoscimento giuridico viene ad avere nella prospettiva della realizzazione di un ordine internazionale basato sulla giustizia e sulla libertà, oltre che su una pace veramente duratura.
Si è osservata nel mondo, fino alla metà del XX secolo, una sostanziale omogeneità di contenuti nella produzione legislativa relativa alla tutela della dignitas umana, tanto nella sfera del diritto romano-germanico, quanto in quella dei sistemi di common law. E se è vero che nel testo della Dichiarazione del 1948 non fu affrontata prescrittivamente la questione dell’attribuzione della titolarità della dignità “personale”, non può negarsi che, ricostruendo le complesse vicende che ne occasionarono la stesura definitiva, un ruolo determinante, ai fini della definizione proprio dei contenuti normativi inerenti agli aspetti eticamente più complessi e dirimenti, ebbero una serie di intellettuali, in specie latinoamericani, la cui formazione culturale e filosofica rinviava ad una ben determinata tradizione di pensiero morale.
La ragione di una simile opzione preferenziale si dovette al fatto che i modelli proposti da tali intellettuali offrivano una sintesi efficacissima delle diverse tradizioni culturali e filosofiche rappresentate nell’assise chiamata a deliberare sui contenuti del testo. Si trattava infatti di riuscire a conciliare la prospettiva influenzata dalla retorica lockeana, libertaria e contrattualista, tipica dei sistemi di common law e che, avendo avuto nella Rivoluzione americana il momento di massima espressione, trovava ancora nei pensatori dell’area anglosassone approvazione e consenso larghi, con quella dell’area continentale, maggiormente propensa a dare enfasi a principi quali l’uguaglianza sostanziale e la promozione attiva di una giustizia sociale effettiva, valori dei quale lo Stato era chiamato programmaticamente a divenire propugnatore e difensore. Erano queste le basi per la fondazione di una visione del diritto naturale, di ispirazione aristotelico-tomista che, scevra da implicazioni metafisiche e fondata su una tradizione giuridica risalente, deduceva i diritti naturali e la legge dalla pura razionalità umana. Visione che, come detto, sarebbe transitata dapprima nelle Carte fondamentali dei neonati Stati latinoamericani, e poi assurta a modello di riferimento nella stesura di quella che sarebbe stata la primigenia bozza della stessa Dichiarazione universale, il cui nucleo dispositivo poteva così essere preservato, come acutamente osservato da M. A. Glendon, dalle ideologie tanto dell’individualismo libertario, quanto del collettivismo sovietico .
Anche in Italia, il superamento in seno all’Assemblea costituente delle differenti sensibilità che la attraversavano, quella liberista, quella egualitarista e quella solidarista, fu reso possibile per mezzo della messa a punto di una visione unitaria scaturita da una fusione che, volendo porre un argine alla minaccia sempre ricorrente – vedi l’esito catastrofico, in termini di perdita di vite umane e di obnubilamento generale della ragione e della coscienza morale di uomini e popoli, avuto dalle due guerre mondiali, la seconda delle quali appena conclusa – della prevaricazione di un uomo, di un partito o di una corrente di pensiero divenuti politicamente maggioritari, delineava finalmente le caratteristiche proprie anche del nostro Stato, democratico e repubblicano, in uno con i valori che, consacrati in Costituzione, avrebbero concorso a definire il profilo identitario del nostro patto fondativo. La scelta di siffatti valori, concernenti i diritti inviolabili dell’uomo e i principi fondamentali della vita democratica, dipese in larga parte dai ripetuti interventi di G. La Pira da un lato, volti a mettere in evidenza la debolezza di una teoria dei diritti fondamentali unicamente basata sulla tutela offerta dalla legge ordinaria, positiva e storica, e, dall’altro, dall’approvazione, anche da parte dell’ala comunista, dell’Ordine del giorno “Dossetti” del 9 settembre 1946, teso a conferire un’enfasi particolare alla “precedenza sostanziale della persona umana”, rispetto ad ogni disposizione normativa deliberatamente assunta in ordine alla definizione dei contenuti dei diritti umani fondamentali. Da qui, la felice formulazione che, contenuta nell’art. 2 della Costituzione, “La Repubblica riconosce e garantisce…”, rinvia appunto all’idea dell’esistenza di principi e diritti che non è improprio definire naturali, perché tali da definire la dignità personale dell’uomo fin dalla nascita e solo in forza della sua appartenenza all’ambito della famiglia umana, e che l’ordinamento dovrà appunto limitarsi a riconoscere.
In tal modo, quelli che fin a quel momento erano stati meri principi etici, passibili cioè di un’approvazione discrezionalmente limitata alla sfera della coscienza individuale, divenivano principi giuridici a tutti gli effetti, formalmente sovraordinati agli stessi principi generali dell’ordinamento e dunque fondanti il giudizio di legittimità di tutte le altre fonti di diritto contemplate nell’ordinamento e tali da propiziare la messa a punto di una nuova, sistematica cornice valoriale, quella appunto della legalità costituzionale.
Un’interpretazione però non statica, bensì dinamica e progressiva, del principio della dignità personale dell’essere umano, avrebbe permesso di approdare al riconoscimento della centralità del compito attribuito allo Stato, nell’art. 3 Costituzione, di adoperarsi per favorire la creazione delle condizioni per uno sviluppo integrale della persona umana, sia come individuo, sia come membro delle comunità nelle quali si svolgono le dinamiche della sua crescita e del suo sviluppo, e ciò anche attraverso la rimozione graduale di tutto quanto ostasse all’effettivo sussistere di tali condizioni, aderendo così ad una visione che assegnava al progresso materiale e spirituale, del singolo prima ancora della società, un inedito primato. L’assenza poi di una elencazione tassativa dei diritti fondamentali, sottintendeva il fatto che essi avrebbero dovuto configurare, agli occhi del costituente, una categoria aperta all’identificazione di nuove, fondamentali istanze dell’individuo, volta a volta emerse alla consapevolezza storica della coscienza collettiva e politica.
Dunque, determinante pare essere stata l’influenza del pensiero giusnaturalista, aristotelico-tomista e razionalista, nell’individuazione positiva dei diritti da annoverare e proteggere tanto nel testo della Dichiarazione universale, quanto in quello della nostra Carta fondamentale. La realizzazione piena di ogni membro della famiglia umana, ovvero il bene effettivamente conseguito da tutte le persone, di tutte le comunità umane, unitariamente e sincronicamente considerate, è il supremo fine della legge umana : l’uomo dovrebbe perciò scegliere e voler perseguire quelle, e solo quelle, opzioni la cui realizzazione appare compatibile con l’obiettivo della realizzazione umana integrale .
Eppure, non è chi non veda come alla base di tali scelte preferenziali debba porsi l’opzione per la vita, precondizione e presupposto per l’esistenza e l’effettivo perseguimento di ogni ulteriore bene umano cui il diritto riconosca una qualche ragionevole rilevanza, in vista della realizzazione e dello sviluppo in pienezza della personalità del singolo. La scienza e la ragione già da tempo si sono incaricate di provare come il concepito sia in tutto e per tutto un essere umano, già titolare cioè di una dignità del tutto assimilabile a quella di ogni altro uomo e, dunque, in quanto tale assolutamente inconculcabile. Ma per esprimere la pienezza del suo ontologico essere personale, non basta pensare all’universo organico della biologia, né a quello della sola vita intellettuale dell’individuo. Occorre saper intravedere il fine ultimo, la dimensione teleologica e trascendente iscritta nella sua vita per rendergli giustizia filosofica, in un’epoca dominata da un’arrembante logica immanentista e fisicista. Il primo passo da compiere in questa direzione è quello che impone di uscire dal silenzio della materia inerte cui la cultura odierna vorrebbe relegare quel grumo primordiale di cellule, inizialmente totipotenti, che è l’embrione umano. La vita, vista in questa prospettiva, non può che assurgere a fondamento unico per mezzo del quale la persona può realizzarsi come tale, condizione prima e indispensabile per l’attuazione di tutti gli altri valori e beni, quali la libertà, la socialità, la progettualità. A questo punto diviene moralmente ingiustificabile la soppressione diretta e deliberata di se stessi o di qualsiasi altro essere personale, se non nell’orizzonte della libera offerta sacrificale del sé, per il bene morale totale della persona stessa o della società.
Il rispetto della vita, come la sua difesa e la sua promozione, rappresentano dunque il primo imperativo etico dell’uomo verso se stesso e verso gli altri: è per questo che non possiamo non accogliere, nella celebrazione di questo settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la felice iniziativa del Movimento per la Vita italiano, l’associazione che con coerenza e pervicacia adamantine, continuando una ormai risalente e veramente eroica battaglia in difesa della vita del concepito e più in generale a tutela della dignità della maternità, ha promosso l’iniziativa di pubblicare un Manifesto sul diritto alla vita nel 70° Anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo (presentato di seguito), il cui testo riproponga la centralità e la priorità, sempre attuali, di tali obiettivi, come condizioni per l’avvento di una società autenticamente giusta e in pace, perché ultimamente fondata sul rispetto di ogni individuo, anche non ancora nato. È questa la “profezia” che siamo chiamati ad incarnare, letteralmente, con le nostre esistenze e la nostra opera, sfidando, come in un’ideale, eppure realissima, trincea culturale, il montante odio contro la vita in tutte le sue forme e sfatandone le inesorabili derive antiumane.

Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo * 10 dic. 2018 / 10 dic. 1948

Il 10 dicembre di ogni anno, ricorrenza della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, in tutto il mondo si celebrano i diritti umani e si promuovono iniziative a riguardo. Quest’anno è il 70° anniversario di questo solenne documento. Però, quando si celebrano i diritti dell’uomo non viene mai ricordato il diritto alla nascita e addirittura si pretende di affermare il “diritto di aborto” come un “diritto” fondamentale della donna. Ecco il senso del “Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo”: tenere alto il livello di attenzione sul tema della vita nascente che si connette al tema della famiglia, delle povertà, a quello della vita umana fragile e rifiutata, alla relazione di cura, alla giusta richiesta di abolizione della pena di morte, ma anche alla giustizia, alla pace, alla libertà, all’uguaglianza. Ed è anche importante che sul diritto alla vita dei figli concepiti si costruisca una unità sempre più solida. Il “Manifesto”, partendo dallo sguardo sul figlio concepito e sulla grandezza della maternità durante la gravidanza, vuole rifondare sulla dignità di ogni essere umano i diritti dell’uomo, offrire un contributo per costruire tutti insieme una nuova cultura della vita, portare la nostra società su un più alto livello di civiltà.

Il testo è stato pubblicato su Avvenire il 9 dicembre 2018 ed è aperto a eventuali ulteriori adesioni che possono essere inviate all’indirizzo dedicato: dirittiumani.vita@gmail.com

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PREMESSA
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è intervenuta al termine di tre terribili decenni caratterizzati da due conflitti mondiali con decine di milioni di morti, devastazioni materiali e morali e all’inizio di una guerra, detta “fredda” perché non dichiarata ma comunque in atto col possibile uso di armi distruttive ancora più potenti. La Dichiarazione pone le premesse di una pace duratura allorché richiama il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, quale base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Non affida la pace alla forza delle armi, ma ad un “atto della mente” quale è il riconoscimento della inerente – cioè intrinseca – dignità di ogni essere umano.
La violazione dei diritti dell’uomo è continuata in tante guerre locali, con dimensioni più o meno ampie, nell’aggressione del terrorismo, nel rifiuto dell’accoglienza di poveri e di vittime della fame e della violenza. Ancora più grave è il rifiuto di riconoscere la dignità di esseri umani che sono i più piccoli e i più poveri: i figli concepiti e non ancora nati.
Non è possibile rassegnarsi di fronte ai milioni di aborti realizzati con il sostegno dello Stato e al numero incalcolabile di esseri umani eliminati nell’ambito delle tecniche di fecondazione in vitro.
Ancor più è inaccettabile l’assuefazione di fronte all’attuale pretesa di una parte del femminismo – propagandata anche da potenti lobby internazionali – di considerare l’aborto come “diritto umano fondamentale”, come se il giusto moto di liberazione della donna da una minorità sociale e familiare trovasse la sua conclusione e raggiungesse il suo vertice con la facoltà di sopprimere i propri figli.
In occasione della celebrazione dei diritti dell’uomo è doveroso concentrare la riflessione su due punti: l’identità umana del concepito – componente della famiglia umana – e la maternità quale segno dell’amore per la vita, particolarmente espresso dalla gravidanza.

1. L’IDENTITÀ UMANA DEL CONCEPITO
La scienza moderna e la ragione provano che il figlio concepito è un essere umano e, dunque, titolare della dignità umana come ogni altro essere umano. Molti sono i documenti che dimostrano la piena umanità del concepito. In questa sede basta ricordare, sul versante italiano, i ripetuti pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica e la sentenza costituzionale n. 35 del 10 febbraio 1997.
Per giustificare pubblicamente la distruzione degli embrioni, nessuno osa negare la identità umana del concepito, ma si sofferma soltanto sulla condizione femminile con un’ambiguità di linguaggio che nasconde la verità parlando di “salute sessuale e riproduttiva”, di “donna” anziché di “madre”, di “interruzione volontaria della gravidanza” o “IVG” anziché di aborto, e invocando una sorta di “diritto” all’autodeterminazione in ordine al figlio (che si esprime nel rifiutarlo con l’aborto se non gradito e nel volerlo a ogni costo con la c.d. “procreazione medicalmente assistita” o con la “maternità surrogata” se invece non arriva).
La convinzione che il concepito non è un essere umano, non è un figlio, ma è soltanto un grumo di cellule, cancella il coraggio innato nella singola donna di accettare una gravidanza difficile e non attesa. L’esperienza dei Centri di Aiuto alla Vita e di quanti operano al servizio della vita nascente e delle madri in difficoltà prova, invece, che la consapevolezza della identità umana del concepito è il massimo elemento di prevenzione dell’aborto, perché invita alla condivisione dei problemi, risvegliando il coraggio innato della madre e lo spontaneo amore per il figlio. Di conseguenza, il dibattito pubblico deve essere concentrato sulla identità umana del concepito, sia per la sua forza argomentativa sia per la sua efficacia preventiva capace di salvare vite umane, specialmente quando l’aborto è privatizzato e reso possibile mediante prodotti chimici assumibili nella propria abitazione (RU486 e cosidetta “contraccezione di emergenza”). È evidente che la difesa della vita nascente è affidata prioritariamente alla coscienza individuale, ma la coscienza ha bisogno in qualche modo di essere “illuminata”.

2. MEDITAZIONE SULLA MATERNITÀ E LA GRAVIDANZA
La misericordia e l’accoglienza verso le donne che hanno fatto ricorso all’aborto – spesso indotte a ricorrervi da circostanze esterne e contro la loro vera natura e volontà – deve essere un punto fermo. Tuttavia, non possiamo esimerci dal constatare che la spinta verso la legalizzazione dell’aborto come “diritto” deriva in prima battuta da un certo femminismo che dopo aver rivendicato giustamente la uguale dignità rispetto alla popolazione maschile, pretende l’uguaglianza in modo grossolano anche per quanto riguarda la generazione dei figli, dimenticando così quella prerogativa esclusivamente femminile che rende la donna naturalmente privilegiata rispetto all’uomo, la cui figura maschile e paterna va comunque valorizzata nella dimensione della responsabilità e nell’indispensabile coinvolgimento relazionale. Tuttavia, nonostante la rappresentazione mediatica, la cultura che in nome della donna e dei suoi diritti pretende il “diritto d’aborto” riunisce solo una minoranza delle donne. La grande maggioranza desidera o comunque realizza la maternità. La gravidanza, indispensabile perché l’essere umano nasca e quindi perché la società sussista ed abbia futuro, è caratterizzata da tre segni che mettono il timbro dell’amore sulla vita umana. In primo luogo, la gravidanza implica sempre una modificazione del corpo femminile, spesso è accompagnata da disagi e termina con il dolore del parto. La donna accetta tutto questo con un istintivo coraggio. In secondo luogo, la crescita del figlio nel seno materno (“dualità nell’unità”) può essere interpretata come un abbraccio prolungato per molti mesi. L’abbraccio è un segno dell’amore. Per questo abbiamo parlato di un privilegio femminile posto a servizio dell’intera umanità. La terza caratteristica riguarda la relazione di cura dell’altro che la gravidanza instaura in modo davvero speciale tra madre e figlio: si potrebbe dire che il “genio della relazione”, sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. A ben guardare ogni autentica relazione di cura (si pensi ai malati, ai disabili, agli anziani) rimanda a quell’accoglienza gratuita e a quel dono di sé che fa appello alla donna quando si annuncia il figlio che vive dentro di lei.
La meditazione sulla maternità e sulla gravidanza indica come traguardo del moto di liberazione la capacità tutta femminile di imprimere sull’umanità il segno dell’amore, il quale suppone, a sua volta, il riconoscimento del concepito come la meraviglia delle meraviglie, il risultato della creazione in atto, una freccia di speranza lanciata verso il futuro, uno di noi.
Ne consegue l’urgenza di una nuova riconoscibile presenza femminile che faccia parlare ed ascoltare le donne in nome della loro maternità realizzata o desiderata.
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Adesioni in ordine alfabetico al 9 dicembre 2018

Alleanza cattolica (Marco Invernizzi)
Associazione italiana amici dei bambini (Marco Griffini)
Associazione Agata Smeralda (Mauro Barsi)
Associazione cattolica operatori sanitari (Fabrizio Celani)
Associazione difendere la vita con Maria (Maurizio Gagliardini)
Associazione Donum Vitae (Paolo Marchionni)
Associazione family day-Comitato difendiamo i nostri figli (Massimo Gandolfini)
Associazione famiglia e scuola (Giovanna De Marchi)
Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici (Pino Noia)
Associazione italiana pastorale sanitaria (Giovanni Cervellera)
Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Tonino Cantelmi)
Associazione Insieme per te (Vincenzo Saraceni)
Associazione medici cattolici italiani (Filippo Boscia)
Associazione nazionale famiglie numerose (Mario Sberna)
Associazione nazionale San Paolo Italia (Giuseppe Dessì)
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Giovanni Paolo Ramonda)
Associazione Risveglio (Francesco Napolitano)
Associazione Scienza e vita (Alberto Gambino)
Centro italiano femminile (Renata Natili Micheli)
Centro studi Livatino (Mauro Ronco)
Confederazione italiana dei centri per la regolazione naturale della fertilità (Giancarla Stevanella)
Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia (Roberto Trucchi)
Coordinamento delle associazioni per la comunicazione (Massimiliano Padula)
Federazione europea medici cattolici (Vincenzo De Filippis)
Fondazione Il cuore in una goccia – Difesa della vita nascente e tutela della salute materna e fetale (Giuseppe Noia, Anna Luisa La Teano, Angela Bozzo)
Fondazione internazionale Fatebene Fratelli (Maria Teresa Iannone)
Fondazione Ut vitam habeant (Elio Sgreccia)
Forum sociosanitario (Aldo Bova)
Istituto scientifico internazionale “Paolo VI” di ricerca sulla fertilità ed infertilità umana – Università Cattolica del Sacro Cuore (Alfredo Pontecorvi)
Movimento cristiano lavoratori (Carlo Costalli)
Movimento per la Vita Italiano (Marina Casini Bandini)
Movimento PER politica etica responsabilità (Olimpia Tarzia)
Nuovi Orizzonti (Chiara Amirante)
Orientamento familiare (Giorgio Tarassi)
Ordine francescano secolare d’Italia (Paola Braggion)
Progetto Famiglia (Marco Giordano)
Pro-vita (Toni Brandi)
Rinnovamento nello Spirito Santo (Salvatore Martinez)
Scienziati e tecnologi per l’etica dello sviluppo (Pierfranco Ventura)
Semi di pace (Luca Bondi)
Sermig – Arsenale della pace (Ernesto Olivero)
Società Italiana per la Bioetica e i Comitati Etici (Francesco Bellino)
Unione farmacisti cattolici italiani (Piero Uroda)

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