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LA SENTENZA “MASTERPIECE CAKESHOP” DELLA CORTE SUPREMA AMERICANA. ANALISI E PROSPETTIVE.

 

La sentenza “Masterpiece Cakeshop, Ltd., et al. v. Colorado Civil Rights Commission et al”, a cui la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America è giunta il 4 giugno scorso, segna un passo avanti nella tutela giurisdizionale tanto della libertà di coscienza –intesa sia come libertà di espressione che come libertà di religione–, quanto del diritto ad un processo equo, dinanzi a giudici imparziali e terzi, specie quando si verta su questioni inerenti all’esercizio effettivo di dette libertà.
Nel 2012 David Mullins e Charlie Craig decidono di “sposarsi”, ma il loro Stato, il Colorado, non ha ancora legalizzato le unioni dello stesso sesso. Allora pensano di farlo in Massachusetts. Nondimeno, si decidono ad ordinare la torta nuziale in una pasticceria di Denver, dove risiedono, e dunque, nell’estate di quell’anno, entrano nel negozio di Jack Phillips. Questi, proprietario dell’esercizio, nonché cake-artist dell’impresa, come lui stesso si definisce, è un protestante osservante, con alle spalle una lunga serie di rifiuti opposti a quanti gli domandavano creazioni il cui messaggio fosse in conflitto con il suo credo, come quando gli erano state commissionate torte le cui decorazioni avrebbero dovuto inneggiare al razzismo, all’ateismo, piuttosto che all’alcolismo. Anche in questo caso, dunque, il pasticcere, pur offrendo alla coppia di acquistare altri prodotti di pasticceria già realizzati, si rifiuta di confezionare la torta richiesta. La coppia si rivolge, a questo punto, alla Commissione sui diritti civili del Colorado invocando la violazione di una norma del Colorado’s Antidiscrimination Act (CADA), che così recita: “È una condotta discriminatoria e illegale rifiutare, astenersi da o negare, direttamente o indirettamente, a un individuo o a un gruppo, a causa di disabilità, razza, credo, colore, sesso, orientamento sessuale, stato civile, origine nazionale o ascendenza, il pieno e uguale godimento di beni, servizi, strutture, privilegi, vantaggi o alloggi presso un esercizio pubblico”. Tale legge costituirebbe l’attuazione di quel principio più generale riconosciuto dagli ordinamenti di common law, che impone a tutti gli operatori di mercato, anche privati, che offrono servizi di natura economica al pubblico, di erogarli a chiunque varchi le porte del loro negozio o impresa, senza possibilità di discriminazioni, meno che mai su base dell’orientamento sessuale degli eventuali avventori (cd. “public accomodation”).
La Commissione dà dunque ragione alla coppia, obbligando il signor Phillips ad adottare una serie di misure di riparazione, come la frequentazione di un corso di politiche antidiscriminatorie, insieme a tutti i dipendenti dell’impresa, nonché la compilazione di un report che documenti i casi di rifiuto in uno con le ragioni che ad essi sottostanno. Davanti a tali richieste, il pasticciere Jack dapprima sospende la sua attività commerciale, per evitare conflitti con la sua coscienza, con conseguente perdita di profitto, e poi decide di ricorrere alla Corte di Appello contro la decisione della Commissione. Il ricorso viene rigettato, al pari di quello presentato alla Corte Suprema del Colorado. Non gli resta allora che adire i giudici della Corte Suprema Federale degli Stati Uniti.
Il caso presentato alla Corte vede dunque contrapposte due pretese: da un lato, quella della coppia omosessuale che esigeva di essere trattata negli esercizi commerciali senza discriminazioni, dall’altro, quella del pasticcere che esigeva di non essere obbligato ad operare in violazione delle sue proprie convinzioni morali. Più precisamente la Corte veniva chiamata a decidere “se l’applicazione della legge del Colorado sul divieto di discriminazione nei luoghi aperti al pubblico, che obbliga il ricorrente a creare espressioni in contraddizione con le sue sincere convinzioni religiose riguardo al matrimonio, viola[sse] la libertà di espressione o la clausola del libero esercizio della religione (“free exercise clause”) sancita dal Primo emendamento”. La fattispecie polarizzava quindi l’attenzione dei giudici su due pilastri dell’ordinamento democratico americano: da un lato, il Primo emendamento, baluardo a difesa della libertà d’espressione intesa nel senso più ampio del termine, sì da includere la libertà di religione e culto; dall’altro, il Quattordicesimo emendamento, presidio a tutela dell’uguale protezione, cui ricondurre anche il divieto di discriminazione così come espresse dalla normativa del Colorado (CADA).
Il diritto alla libertà religiosa, come noto, delimita, all’interno dell’ordinamento statunitense, uno spazio d’immunità che la Costituzione è chiamata a presidiare, fondando su di esso ogni altro diritto politico dei cittadini americani e idealmente facendo il paio con il diritto alla vita, che la Dichiarazione d’indipendenza del 1776 riconosce essere il primo dei diritti inalienabili conferiti all’uomo dal suo Creatore. La questione nello specifico verteva intorno al seguente interrogativo: si può esigere, da un imprenditore che gestisce un servizio commerciale, che la sua attività professionale, oltre a non discriminare fra i possibili clienti, sia svolta contro le convinzioni religiose e morali sue proprie, in ultima istanza, contro la sua stessa coscienza, e ciò in forza di leggi che vietano la discriminazione nei luoghi aperti al pubblico. La soluzione del caso non poteva allora che passare dalla necessità riconosciuta di una difficile, quanto delicata, operazione giudiziale di bilanciamento, ovvero di raffronto, comparativo e ponderativo, fra i valori costituzionali in gioco, quello della libertà di coscienza da un lato, e quello della non discriminazione dall’altro.
Nel redigere la sentenza, lunga ben 59 pagine, i giudici muovono proprio dal ravvisare lo scontro tra questi due principi: la tutela che lo Stato deve approntare contro ogni tipo di discriminazione e l’esercizio della libertà di parola e di religione, garantita dal Primo emendamento. La Corte Suprema fa prevalere –con un giudicato la cui efficacia viene espressamente limitata al solo caso specifico– il secondo di detti principi. Quali le motivazioni? In primis il riferimento a quella che è parsa essere la ragione dirimente la controversia: preparare quella torta avrebbe significato realizzare una compressione indebita della libertà di coscienza, di religione e di espressione di Jack Phillips. In secondo luogo, riprendendo un’obiezione mossa dallo stesso Phillips, confezionare quel dolce in uno Stato dove i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano proibiti, poteva valere come partecipazione indiretta ad un rito vietato dalla legge. In terzo luogo, la Commissione per i diritti civili del Colorado aveva già avuto modo di trattare casi simili e in tutte le decisioni pregresse aveva puntualmente assunto posizioni in favore degli esercenti, piuttosto che degli avventori. In quarto luogo, la discriminazione a danno delle persone omosessuali non poteva essere ravvisata nel diniego del pasticciere, perché lo stesso aveva a più riprese dichiarato che non avrebbe avuto problemi a preparare torte di compleanno o qualsiasi altro dolce per delle persone omosessuali. Il suo rifiuto, infatti, verteva sul matrimonio omosessuale e non sulla persona omosessuale. Quinto motivo: l’offesa subita da Jack Phillips, nel vedersi costretto a preparare la torta ed entrare così in conflitto con i dettami della sua coscienza, non avrebbe mai potuto essere quantificata dai giudici, che solo avrebbero potuto limitarsi a registrarne l’esistenza.
In particolare, scrivendo per l’opinione poi risultata maggioritaria, il giudice Kennedy faceva notare come la Commissione per i diritti civili del Colorado si era, con il suo operato, posizionata ben al di sotto della soglia di “considerazione neutrale e rispettosa cui Phillips aveva diritto”. La Commissione aveva infatti mostrato una “chiara e inammissibile ostilità nei confronti delle sincere convinzioni religiose che hanno motivato la sua obiezione”. Nel corso della audizioni pubbliche, infatti, i membri della Commissione, anticipando il loro giudizio, avevano espresso chiaramente l’opinione che, per svolgere un’attività aperta al pubblico in Colorado, dovevano lasciarsi da parte le convinzioni proprie. Un membro della Commissione aveva addirittura definito la difesa di Phillips “una delle retoriche più spregevoli che la gente possa usare”, giungendo a scorgere un parallelo tra il rifiuto dello stesso di preparare la torta e il sostegno alla schiavitù e all’Olocausto.
La Corte Suprema, nel decidere, coglieva l’occasione per ricordare alla Commissione che “il governo […] non può imporre regole ostili alle credenze religiose dei cittadini e non può agire in un modo che si formuli un giudizio negativo sulle credenze o pratiche religiose o si presupponga l’illegittimità delle stesse”. Ecco perché “Phillips aveva diritto a un decisore neutrale che avrebbe dato piena e giusta considerazione alla sua obiezione religiosa, mentre cercava di affermarlo in tutte le circostanze in cui questo caso è stato presentato, valutato e deciso”. La Corte Suprema rilevava anche come, in passato, almeno tre panetterie distinte avevano rifiutato di fornire torte con messaggi esplicitamente contrari ai matrimoni dello stesso sesso, senza che le autorità del Colorado interferissero con detti episodi di diniego. Quei panettieri avevano praticamente opposto la stessa difesa di Phillips, con l’unica differenza che essi si erano espressamente dichiarati a favore del matrimonio omosessuale, configurando con il loro agire un illecito non religiosamente fondato. La Corte d’appello del Colorado aveva ridimensionato l’importanza di detti casi e ritenuto che quello di Jack Phillips fosse comunque diverso, perché basato sulla pretesa offensività della richiesta di preparare torte per matrimoni tra persone dello stesso sesso, offensività radicalmente esclusa dalla Corte d’appello. La Corte Suprema, replicava sul punto, facendo osservare come lo Stato, per mezzo dei suoi giudici, non avesse alcuna possibilità di ergersi ad arbitro di ciò che è o non offensivo, dacché così facendo avrebbe finito per legittimare una visione, quella relativa alla liceità del matrimonio tra persone dello stesso sesso, e delegittimare automaticamente quella opposta.
La decisione della Corte in realtà, più che concentrarsi sulla questione dell’esatta definizione dei limiti della libertà di parola e di religione, pare si sia concentrata sul fatto che, nel considerare i casi riguardanti il libero esercizio della fede religiosa, non si debbano mai verificare “deviazioni, nemmeno sottili, dalla neutralità”. La Commissione per i diritti civili del Colorado si era invece platealmente discostata dal principio della neutralità. Il giudice Kennedy, in particolare, ha precisato molto chiaramente che la sentenza si è basata proprio sul modo in cui il signor Phillips è stato trattato dai tribunali di primo grado e sul modo in cui è stato deciso il suo caso.
In ogni caso, la decisione e la maggioranza che l’ha propiziata, restano ancorate alle circostanze del caso di specie, nel senso che i casi futuri potranno essere decisi diversamente, in base alle contingenze di ogni singola controversia, confermando così la portata limitata di questo precedente. Così i giudici: “Ogni [futura] decisione a favore dei pasticceri dovrebbe essere sufficientemente vincolata, per timore che si finisca che tutti i fornitori di beni e servizi, i quali si oppongono ai matrimoni gay per motivi morali e religiosi, possano appendere cartelli che recitino: “Nessun prodotto o servizio sarà venduto se saranno usati per i matrimoni gay”. Il caso di Masterpiece Cakeshop, dunque, si crede non passerà alla storia, nonostante quello che si sarebbe potuto sperare, come un caso fondamentale per la difesa della libertà religiosa nella sfera pubblica, ma può e deve essere ricordato perché rappresenta una chiara vittoria su un abuso della legge e dell’autorità chiamata ad applicarla, direttamente volto a colpire delle persone solo in ragione della pubblica professione della loro fede.

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