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"Il Dono della Vita"

La scoperta della diversità: la sindrome di Down come modello di bellezza nell’arte

di Maria Addolorata Mangione

In un recente articolo pubblicato su “Avvenire”,[1] prendendo spunto dal recente furto di quadri al Museo di Castelvecchio di Verona, sono menzionate delle opere estremamente interessanti.

Infatti, oltre ad uno dei quadri trafugati, nel quale l’artista Giovan Francesco Caroto ha rappresentato un bambino affetto da una rara sindrome genetica, la sindrome di Angelman, l’autrice dell’articolo Gloria Riva segnala che esistono delle opere dedicate ad uno dei temi più frequenti dell’iconografia classica (la Madonna con Bambino) che manifestano una scelta inconsueta e originale.
mantegnaIn queste tele, infatti, il Bambino è ritratto con delle fattezze evocative della Sindrome di Down
. Una di queste è la Madonna con Bambino dipinta da Andrea Mantegna, che si trova a Bergamo. C’è poi un’altra tela, attribuita da alcuni al Mantegna, da altri a un suo seguace, presente nel Museo di Boston, in cui le caratteristiche somatiche della Trisomia 21 sono ancora più riconoscibili nelle sembianze del piccolo Gesù. Si tratta di un dato che deve indurre a riflettere sul significato di una scelta così ardita, apparentemente in contrasto con i canoni estetici che gli artisti del Rinascimento ben conoscevano. Si tratta di capire perché un artista affermato, bene inserito nelle Corti e apprezzato da Papi, principi ed eruditi, come era appunto Andrea Mantegna, abbia dipinto un Gesù Bambino con simili fattezze.

Una lettura storica del fenomeno, come si legge in un recente articolo di Storia della Medicina,[2] può indurre a pensare che, in un’epoca in cui la Sindrome di Down non era ancora conosciuta come tale e soprattutto non se ne conoscevano i segni clinici, i soggetti affetti da un qualche mosaicismo, come forse il piccolo modello del quadro in questione, non erano riconosciuti nella loro malattia e non era quindi possibile attribuire loro una forma di disabilità. Gli Autori dell’articolo ipotizzano che fanciulli con simili caratteristiche “potevano essere persone che frequentavano la bottega degli artisti”;[3] da questa ipotesi scaturisce l’immagine di una bottega vivace e vitale, in cui le persone erano serenamente accettate nonostante una qualche forma di diversità che, anche se non era passibile di diagnosi, era comunque evidente. Ragazzi che si rendevano utili in varie faccende secondo le esigenze del maestro di bottega e che nel frattempo crescevano a contatto con artisti illustri ed i loro allievi, confrontandosi quotidianamente con l’idea di bellezza. Ma non solo: forse, per Mantegna, la presenza di uno di questi giovinetti ha rappresentato lo spunto per elaborare una proposta estetica diversa, in cui la diversità stessa è espressione di bellezza. Possiamo immaginare che l’artista padovano si sia messo alla ricerca di un bambino speciale, per poterlo ritrarre come Gesù Bambino. Forse, invece, si trattava di un piccolo appartenente alla famiglia dei Gonzaga. Rimane comunque il fatto che l’artista abbia compiuto una scelta differente da altri artisti a lui contemporanei. Ma anche in questo caso accade che la bellezza, come ci insegnano insigni studiosi, ci induce a contemplare, in ultima analisi, la realtà nel suo essere. “Nel caso delle realtà limitate che partecipano all’essere, consideriamo una realtà bella in senso pieno quando ha tutta la perfezione richiesta dalla sua natura”.[4]

Nel caso del bambino, la sua natura è quella razionale, poiché è un piccolo uomo, appartenente contro ogni dubbio al genere umano. Quindi, la sua bellezza è ben radicata nella sua natura umana. E tale natura è inequivocabilmente presente e richiede di essere riconosciuta contro ogni fuorviante e pretestuoso dubbio. È un piccolo di uomo, figlio di una mamma e di un papà, che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, creato su quel modello di cui egli stesso è ora, artisticamente parlando, modello. L’artista con la sua creazione sa rendere visibili dei contenuti profondi,[5] dei messaggi di grande spessore antropologico e non solo, con delle pennellate meravigliose che raggiungono subito non soltanto i nostri occhi, ma anche la nostra mente e il nostro cuore. Un bambino che esprime e ci narra, inconsapevolmente, il mistero dell’Incarnazione: in questo dato rivelato troviamo la chiave per comprendere meglio il mistero dell’uomo.

Il bambino del quadro in questione rivela nei suoi lineamenti una bellezza speciale, fatta di dolcezza e di tenerezza, che si manifesta nel suo abbandono all’abbraccio amorevole della Madre e che deriva da un’indole mite, priva di tratti aggressivi. Forse il pittore, definito a ragione da Giulio Carlo Argan “il primo grande classicista della pittura”, ha voluto così indurci a considerare da un punto di vista diverso il significato di essere uomo: accogliere l’alterità, entrare in relazione con l’altro, amarlo, operare per la pace: “Beati i mansueti, perché erediteranno la terra” (Matteo 5, 5).
Un vero esempio di mansuetudine ci viene da questi bambini dolcissimi. Bambini in ognuno dei quali il Signore ha posto il suo sigillo, bambini che vanno amati, protetti, difesi. Difendere il diritto alla vita significa operare per la pace: «Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!». [6]

Come si legge nel Vangelo di Luca, una moltitudine di angeli celesti lodando Dio proclamò la nascita delDown_Angeli_Kalkar Salvatore e annunciò la pace sulla terra. Ebbene, c’è un quadro fiammingo, “L’Adorazione di Gesù Bambino”,[7] in cui tra gli angeli adoranti Gesù Bambino possiamo ammirare un piccolo angelo, diverso dagli altri: presenta caratteristiche fenotipiche della sindrome di Down. Un altro esempio di un messaggio che, attraverso i valori estetici, ci induce a pensare. Se l’arte “restituisce all’uomo pensante, attraverso le forme sensibili, il senso del mistero e la capacità di meravigliarsi”,[8] ebbene, lasciamoci coinvolgere da questo annuncio, lasciamo che quelle pseudo-certezze propagate da una società pervasa in certi tratti da utilitarismo e nichilismo vengano messe in discussione da un volto che qualcuno definirebbe “diversamente bello”, ma che è semplicemente, umanamente e pienamente incantevole e dolcissimo. Questo piccolo angelo è il più vicino a Maria e mantiene lo sguardo fisso su Gesù: c’è forse un insegnamento migliore?


[1] Gloria Riva, Un bimbo Down e la misericordia divina. “Avvenire” del 26 novembre 2015.
[2] Massimiliano M. Corsia, Federico Licastro, La Sindrome di Down prima della scoperta da parte di Sir John Langdon Down (1866), Riv Med Lab – JLM, Vol. 5, N. 3, 2004, pp. 240-242.
[3] Ibidem, p. 241.
[4] Lluís Clavell, Miguel Pérez de Laborda, Metafisica, EDUSC, Roma, 2006, p. 250.
[5] Ha scritto Paul Klee: “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile” (Paul Klee La confessione creatrice. In: Id., Confessione creatrice e altri scritti. Abscondita, Milano, 2004, p. 13).
[6]Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, n. 5.
[7] Questo quadro è conservato al Metropolitan Museum of Art di New York. Si ritiene che sia stato dipinto intorno al 1515 da un allievo di Jan Joest of Kalkar.
[8] Francesco Russo, Contemplazione artistica e società dell’immagine, in: Aniceto Molinaro (a cura di), Filosofia e Arte, Urbaniana University Press, Roma, 2006, pp. 159-163, p. 162.

3 Responses

  1. Andrea Lavezzini

    Bellissimo articolo! Complimenti.
    Una precisazione: nel quadro fammingo, che conoscevo già benissimo, sono presenti ben 2 persone con la Sindrome di Down: un angioletto e un pastore più in alto. Peccato che questa foto sia tagliata e non si veda l’intero dipinto.
    Incollo qui il link per vedere l’opera completa e riconoscere il pastore don sdD.
    Andrea

    https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Down#/media/File:The_Adoration_of_the_Christ_Child_Follower_of_Jan_Joest_of_Kalkar.jpg

  2. Lucia

    È proprio vero: questi volti sono bellissimi, splendidi, incantevoli. E questa bellezza fisica riflette una bellezza profonda, costitutiva dell’essere, una bellezza che viene dal di dentro, e che si nutre della sapienza del cuore.

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