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"Il Dono della Vita"

Eutanasia legale. Contorni e dintorni

di Antonio Casciano
Dottore di ricerca in Etica e filosofia politico-giuridica.
Specializzato in Bioetica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma, e in Diritti umani alla Università di Navarra, Pamplona. 

«Vedere il volto dell’altro è parlare del mondo.
La trascendenza non è un’ottica, ma il primo gesto etico».
(E. Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità)
La vicenda drammatica di Fabiano Antoniani, il giovane dj tetraplegico morto qualche giorno fa in una clinica privata svizzera, in seguito ad una iniezione letale cui volontariamente avrebbe chiesto di essere sottoposto, riaccende in Italia il dibattito sul tema della legalizzazione dei trattamenti eutanasici. Un contegno di compunto, dolente, riflessivo silenzio sembrerebbe quello più consono dinanzi allo scempio di un giovane uomo che, a motivo della sua malattia e delle sofferenze che essa recava con sé, chiede con gran forza, e con altrettanta tenacia ottiene, di sottoporsi a una sedazione letale per mettere fine ad un’esistenza che, con tutta evidenza, aveva smesso di apparire a suoi occhi stanchi, e negli ultimi tempi anche ciechi, significativa, o, in qualche misura, anche solo significante.
Tuttavia, nel rispetto commosso pur sempre dovuto ad una vita umana che si spegne, lo sdegno composto, ma non per questo meno profondo, per la montatura mediatica, politica, ideologica che ne è seguita e che sollecita, quasi impone, una parola che metta a nudo da un lato la sprezzante ed inumana strumentalizzazione messa in campo da chi ha accompagnato, fisicamente, fin sul lettino di morte, Fabiano, forte di una storia partitica e politica che da sempre cavalca vicende umanissime per giungere fiera a brandire scarni trofei di “regresso” civile e sociale, e dall’altro il tristissimo e farsesco teatro di certa politica italiana, che, di viltà in viltà, aizzata da turbe di pseudo-opinionisti mediali che amministrano le nuove liturgie laiche del culto morale di massa, si industria per nascondere l’imbarazzante vacuità di un’agenda il cui incedere istituzionale sta tutto nell’inseguire supinamente correnti di pensiero rese dominanti dall’assenza di una qualasiasi capacità di visione critica che sappia opporvisi.
Dunque, dinanzi ad una scenario sì desolante e disperante, un piccolo sussulto della coscienza, prima ancora che dell’intelligenza, alimenta quella legittima, si crede, ed umanissima richiesta di chiarezza concettuale, quasi semantica, in un marasma di indistinzione che investe idee, riflessioni e giudizi, a tutto vantaggio degli aleggianti demagoghi di turno.
Le riflessioni che con fatica grande ho cercato di raccogliere, declinare argomentativamente e organicamente presentare a partire da questo evento, sono tutte sottilmente intessute di una sensazione di inquietudine che, pur rimanendo nella penombra del fluire caotico dei pensieri, non accenna a scemare: è l’inquietudine di chi vorrebbe articolare una qualche considerazione intorno al dramma che vive chi fa l’esperienza diretta della malattia –peggio se terminale o gravemente invalidante– e puntualmente inciampa nella domanda che riaffiora negli occhi spenti di chi ne è protagonista: “Cosa puoi saperne tu, dal di fuori?”. È la muta inesorabilità di un interrogativo che mai dovrebbe smettere di accompagnare chi come me cerca di condividere una qualche riflessione che si muova nel perimetro di questa esperienza umanissima eppure tanto temuta. Non smettere cioè di considerare quell’interrogativo e gli occhi di chi continua a ripeterlo a dispetto del suo mutismo disarmato, è forse l’unica maniera di conservare uno sguardo di tenerezza, quello sguardo che reclama l’attenzione del cuore, “lo sguardo oltre, laddove c’è attesa di assoluto”, per dirla con Simone Weill. La tenerezza è a ben vedere il frutto più autentico della libertà, giacché riscatta dai desideri edonistici, dal rischio di narrazioni autoindotte di storie, persone ed eventi, ed introduce nella lettura della sofferenza pulsante dell’altro, che si impara a conosce “nella carne”, nell’interezza vibrante del suo essere sospeso, al pari di ogni altra creatura, nell’universo. La tenerezza è una conoscenza che è possibile provare perché essa prova per prima noi stessi, è un conoscere che sente, che subisce, che com-patisce.
Provo dunque ad immedesimarmi, con questo afflato di prossimità fraterna, umana, nella storia di questo giovane come me. Una vita ricca di avvincenti sfide, emozioni, amicizie, incontri, relazioni, viaggi, esperienze, interrotta bruscamente da un incidente stradale che spegne ex abrupto il pulsare vibrante di un’esistenza che stava sbocciando, precipitandola nella luce malinconica del tramonto della tetraplegia: un corpo che diviene lo scafandro immobile, insensibile, innavvertibile di un’anima che non ha perso nulla della sua primigenia bellezza e che in nessun momento ha deposto il desiderio di continuare a volare. Ma ecco subentrare la noia, il peso di giorni sempre uguali che passano con una lentezza snervante, monotona, bigia e che radicano sempre più in profondità la consapevolezza dello spegnersi progressivo ed inesorabile di ogni speranza di guarigione, di recupero, di riabilitazione; la prossimità amorevole dei parenti, dei compagni, degli amici, dei quali però poco alla volta si comincia a sentire la stanchezza e che si vorrebbe liberare dal fardello di una vita che grava su tutti con la sua inesorabile e radicale condizione di bisogno, di necessità, di prossimità; e ancora, la fede, da sempre incerta, precaria, tremula, innervata da una mal celata incredulità che, come quella di chiunque altro, tende a spegnersi definitivamente, come flebile fiamma che l’irrompere, imprevisto ed imprevedibile, di un colpo di vento impetuoso rende scialba, smorta, fumigante.
È tutta qui, forse, la vicenda umanissima di chi con l’andare del tempo non riesce più a confrontarsi con il pensiero di una vulnerabilità che pare aver ingoiato ogni residuale sussulto di dignità e che non si riesce più ad accettare perché fagocitati da un universo culturale che ci rende titolari di un’identità socialmente riconosciuta, accetta, valorizzata solo se capaci di vivere in pienezza i paradigmi dell‘edonismo performativo che esso ci impone. Al di fuori di tali standard, si fa sempre più fatica a scorgere dignità laddove incombe l’esperienza della sofferenza, della debolezza, della malattia, del limite. È pervasiva la cultura del merito, dell’efficientismo prestazionale e si insinua dentro le condizioni di fragilità, dentro le reti della prossimità più genuina, quella familiare, e le divide, le riparte, le lacera, impedendo riconoscimento, accoglienza e identificazione dell’altro.
Non occorre avere contezza piena del fatto di essere immersi in una simile temperie culturale: di fatto la subiamo tutti, più o meno consapevolmente e ne portiamo dentro i mutilanti effetti e se, nonostante tutto, riusciamo a far sbocciare un virgulto di prossimità, di umana e fraterna solidarietà nel deserto di relazioni ormai divenute meccaniche, mediate, impersonali, saranno mere espressioni di solidarietà perimetrata, limitata a chi ci sta immediatamente accanto, incapaci di andare un po’ più in là. Al contrario, creare lo spazio interiore per l’adesione all’altro, a quella contingenza che intercetta e interpella ogni sensibilità in tensione, permette di non sfuggire all’ascolto paziente di chi vuol comunicare qualcosa di inedito per mezzo di domande che interrogano a partire dalle mancanze proprie: «Ci sono realtà che posso conoscere soltanto non restando presso di me, solo rompendo la continuità della esperienza cognitiva nella quale sono presente a me stesso. Interrompendo questa continuità ci sarà spazio per porsi accanto al vivere unico e irripetibile di un altro» (I. Lizzola, Aver cura della vita).
Forse, se Fabiano avesse avuto la sorte di vivere in una società –utopica, forse!– abitata da uomini ancora desiderosi di acquisire emotivamente la realtà del sentire altrui, di impregnarsi dell’esperienza di un’alterità che gli si è esplicitata dinanzi e che sollecita un’attenzione capace di immedesimazione interiore, oltre la mera com-passione, come coinvolgimento profondo dell’animo, in una società pronta a rivolgersi all’altro con la profondità mai esigente di uno sguardo intriso di empatia, uno sguardo col quale «colgo l’altro non solo come corpo, ma come corpo vivente, come essere vivente: oltre al corpo, colgo il soggetto che vi abita, colgo l’altro come persona spirituale e scopro che i suoi gesti, le sue parole sono motivati dalla sua struttura personale» (E. Stein, Il problema dell’empatia), forse la sua domanda di morte non sarebbe mai stata posta.
Viviamo in una società malata, che non sa più praticare forme di prossimità responsabile, completamente incapace di unire forza e fragilità, espressività e dedizione all’altro, incapace di costruire relazioni stabili e durature perché divenuta “inesperta in umanità”, inesperienza che si ripercuote sulla qualità dei rapporti interpersonali la cui precarietà genera di continuo marginalità derubate della dignità loro propria. E ogni uomo marginalizzato, per ragioni economiche, sociali, o di salute non importa, non può non subire allo stesso tempo gli effetti di un silente processo di dequalificazione umana, di reificazione che lo investe diuturnamente e che alla fine egli stesso finisce col far proprio, scambiandolo per ciò che è normale.
Una domanda personale di eutanasia e, in generale tutto il discorso che assume ad oggetto questa tematica, dovrebbe sempre essere contestualizzata nell’ambito di un simile scenario culturale, che, come detto, producendo continuamente eccedenze umane, finisce col favorire il tanto acclamato incremento delle istanze di trattamenti eutanasici. E, difficile negarlo, la stessa richiesta di Fabiano, drammatica nella sua accorata tenacia, va letta, necessariamente, in quest’ottica: invale sempre più una cultura dello scarto che investe la parabola esistenziale umana dalle primissime fasi del suo vivere biologico, quelle fetali, fino a quelle estreme, della vecchiaia, della malattia, della disabilità. Tutte le volte che la vita di un uomo non può servire ad ingrossare, attivamente, o ad ingrassare, passivamente, quell’enorme ingranaggio della macchina sociale odierna, tutte le volte che non possiamo servire in alcun modo all’efficientismo performativo dell’apparato produttivista e consumista che ci avvolge, veniamo subdolamente resi oggetto di una strisciante cultura della in-necessarietà, della plusvalenza, della superfluità, che vedendoci esclusi dai cicli demiurgici dell’industria dei beni, ci vorrebbe altresì fuori dalla titolarità di diritti e facoltà fondamentali.
La presa di coscienza dell’esistenza di tale background culturale, che ci investe ed involge tutti e nella cui trasparenza leggere anche i disperati appelli ad essere sottoposti a trattamenti eutanasici, che sempre più numerosi si elevano in ogni parte del mondo, potrebbe valere a considerare legittima una richiesta di legalizzazione dell’eutanasia?
La risposta non può che assumere un tenore negativo: aver dato conto dell’esistenza di una cornice di assunzioni culturali simili, nella quale ci muoviamo, agiamo, pensiamo e concepiamo idee, dovrebbe piuttosto valere a mettere in guardia dal rischio di avallare, attraverso l’uso dello strumento giuridico, un simile universo di pensiero che, nella misura in cui pone in discussione l’uomo e la sua dignità, mai potrà assurgere a modello da difendere e veicolare per mezzo del ricorso alla forza del diritto. Detto altrimenti, il considerare un dato ormai ineccepibile l’affermarsi arrembante della cultura dello scarto, che è moralmente riprovevole perché radicalmente anti-umana, dovrebbe spingerci a remare contro tale tendenza, e non a cercare di avallarla appunto perché divenuta una inesorabile cornice di assunzioni antropologiche preconcette: non è certo tale realtà conclamata ciò che può indurci ad abbandonare una cultura umanista e, perché no, vitalista, a favore di un visione pseudo-libertaria che finisce col negare l’uomo, contraddicendo se stessa.
Le proposte di legge oggi in discussione in Italia (si veda, per tutte, quella pubblicata alla pagina: www.eutanasialegale.it), contemplano tutte il diritto, da riconoscersi ad ogni cittadino italiano maggiore d’età, di poter accedere all’eutanasia in presenza di alcuni requisiti. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su due requisiti in particolare: quello soggettivo, la formulazione di una volontà personale, anche non attuale, consapevole e libera dell’interessato; quello oggettivo, ossia la presenza di una “malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi”. Il concorso simultaneo di questi due elementi, rappresenta la conditio sine qua non per accedere alla eutanasia. Non è chi non veda come ciò che alla fine viene a marcare la differenza è solamente la volontà espressa del malato, giacché la presenza di una patologia, ancorché grave e invalidante, spesso si accompagna a conclamate manifestazioni di apprezzamento per la vita, a ben esplicitati desideri di continuare a vivere, nonostante tutto (si veda l’accorato appello lanciato dal presidente dell’associazione che si occupa di assistere i malati di SLA: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2017/03/01/news/sla_lettera_aperta_di_massimo_mauro-159534708/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P3-S1.6-T2) .
Tuttavia, la presenza di una malattia gravemente invalidante, che non offra prognosticamente possibilità di guarigione e che in più sia causa di pesanti sofferenze fisiche, perché non dovrebbe potersi accompagnare, in costanza di una volontà espressa, informata e consapevole del malato, alla facoltà di esercitare un personalissimo diritto a morire come e quando lo desideri? La domanda è tutta qui.
La questione che essa pone, interroga in profondità, interpella la coscienza morale di chi, confrontandovisi, non può fare a meno di prendere una posizione, imposta quasi dalla delicatezza e dalla serietà, dal rigore argomentativo e decumentale, dell’approccio che domanda.
Di seguito alcune osservazioni critiche riguardo la proposta di una legalizzazione dell’eutanasia.
  • Intanto, quando si parla di cure palliative si deve intendere il complesso novero di soluzioni terapeutiche ed assistenziali volte a migliorare la qualità della vita del paziente, soluzioni che possono altresì influenzare il decorso clinico della malattia stessa. Esse si possono applicare precocemente, insieme alle terapie vere e proprie, col fine di prolungare la vita del paziente, prevenendo, se possibile, o trattando al meglio le complicanze cliniche che causano la sofferenza fisica. Ora, i progressi fatti in questa branca della medicina, un tempo destinataria di una considerazione, anche didattica, assolutamente residuale e riduttiva, permettono di ben controllare l’assoluta maggioranza dei sintomi associati ad una patologia, anche tumorale. Fermo restando, dunque, che l’approccio cui tendenzialmente puntano i palliativisti è di tipo olistico, volto cioè a considerare la totalità dei sintomi, non solo fisici, ma anche psichici, del paziente, va osservato che ciò che inclina, nella stragrande maggioranza dei casi, ad una domanda di eutanasia, è appunto un fattore di profondo disagio psichico del paziente, spiritualmente prostrato dall’impotenza della medicina dinanzi al male, dal timore di quanto potrà verificarsi nell’immediato, dalla sofferenza provocata ai propri cari. Dunque un male umanamente, ragionevolmente, essenzialmente morale, più che fisico, quello che molto spesso appare come la vera motivazione di una richiesta eutanasica: si tratta di mali oscuri, concernenti la psiche, che producono moti depressivi nell’animo umano e che possono portare a richieste simili proprio perché “depressione” fa spesso rima con “disperazione” (si veda l’articolo alla pagina: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1279962/).
  • Non è un caso, a conferma di quanto fatto osservare poc’anzi, che numerosi studi scientifici hanno provato documentalmente la stretta connessione che esiste tra: a) la presenza di un disagio psichico profondo, come potrebbe essere la depressione, non necessariamente legata ad una patologia; b) la possibilità di accedere legalmente all’eutanasia; c) il numero di persone che effettivamente scelgono di sottoporvisi. Dunque, può apparire verosimile che nei Paesi dove è stata legalizzata l’eutanasia –invero molto meno numerosi di quello che si pensa, sei, sette al massimo in tutto il mondo– il ricorso alla stessa da parte di persone non passibili di essere definite in stato terminale, né affette da patologie gravi o invalidanti, ma solo esposte e abbandonate alle conseguenze di disturbi psichici gravi, finiscano, con una frequenza sempre più inquietante, col chiedere ed ottenere l’accesso all’eutanasia (si vedano, a titolo esemplificativo, due studi in particolare, alle pagine: http://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/article-abstract/2491354 e https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12151487). E anche questo dato dovrebbe interrogare sulla diffusione non tanto, come pure è stato detto, delle condizioni che renderebbero possibile l’esercizio civile del principio dell’autodeterminazione personale, quanto di una cultura della banalizzazione della vita, o se vogliamo di una radicale e diffusa tendenza alla tanatofilia, nella cui trasparenza collocare l’idea di regolamentare l’accesso generalizzato ai trattamenti eutanasici.
  • All’uopo non possiamo sottrarci dal ribadire che la vita rappresenta un bene, assoluto, primario, al quale appare possibile e doveroso ordinare gerarchicamente tutti gli altri, bene cioè in se stesso, ontologico, cui riconnettere la stessa speciale dignità dell’essere umano. L’essere in vita è “il” bene fondamentale della persona, in quanto condizione di possibilità per lo sviluppo e la realizzazione di tutti gli altri beni della stessa. La salute è a sua volta un bene, grande ma non assoluto però, perché anche nella malattia la vita dell’uomo non perde nulla della sua dignità ontologicamente personale ed inconculcabile. E tuttavia, quello che oggi si cerca di fare, è di spacciare per bene assoluto la salute, e per bene relativo, che esisterebbe cioè solo in funzione di altri beni, la vita. Così alla fine questa diviene disponibile e se ne può rivendicare il diritto a disfarsene ogniqualvolta si ritiene, agli occhi propri o altrui, che essa abbia perduto senso e significato. Ma la libertà di una persona non dovrebbe mai potersi spingere al punto di negare quello che è il presupposto per l’esistenza e l’esercizio della medesima, strumentalizzando e relativizzando il valore della vita umana quando questa non sia più associata o associabile ad uno stato di buona salute.
  • Mettere in discussione il valore assoluto della vita, implica poi accettare la logica della possibile graduazione del suo valore: ci sarebbero cioè, secondo questa logica, momenti in cui essa detiene un valore, e momenti nei quali essa perderebbe il suo significato fino al punto di poterla considerare degna di non essere più vissuta. Non è chi non veda come, una volta che il discorso sul tema della vita umana venga spostato dal versante della sacralità –principio da intendersi in una prospettiva assolutamente laica– a quello della disponibilità, in ragione del valore che ad essa, volta per volta, attribuiamo, diventi impossibile stabilire un criterio certo, universale, legale in base al quale misurare la qualità di una vita degna. Ciò significa che la valutazione non potrebbe che essere rimessa, in ultima analisi, alla discrezionalità di ciascuno, che dunque si vedrebbe nella condizione di poter scegliere, in maniera assolutamente autonoma, quando sia giunto il momento di mettere fine alla propria esistenza. E questo rimettere pienamente la vita di ciascuno nella disponibilità esclusiva di se stesso, per le ragioni addotte prima, per le situazioni cioè di fragilità, anche estrema, che l’uomo potrebbe dover affrontare, magari in una condizione di totale solitudine, non può che apparire inaccettabile.
  • L’improponibilità di quest’ultima impostazione, riposa poi su quello che nell’ambito delle teorie dell’argomentazione morale viene generalmente identificato come principio del pendio scivoloso. Una legislazione in materia di eutanasia che volesse essere veramente coerente, dovrebbe lasciare un ampio margine di discrezionalità al paziente nel manifestare la sua volontà quanto alla determinazione del momento in cui decidere di morire. Tuttavia, una serie di studi ha provato l’assoluta continuità esistente tra la previsione legale di tali margini di discrezionalità riservata ai pazienti e la altrettanto grande discrezionalità che si attribuiscono i medici nell’interpretare e portare a compimento tali presunte volontà (https://www.bioedge.org/bioethics/bioethics_article/10339). Ossia al crescere dell’autonomia accordata ai pazienti in tema di eutanasia, negli ordinamenti dove tale pratica è disciplinata e prevista, crescono proporzionalmente i casi di medici che si sentono in diritto, o meglio, in dovere di praticare l’eutanasia anche laddove la volontà dei pazienti non fosse stata manifestata chiaramente, univocamente, consapevolmente (si veda, a proposito, l’articolo alla pagina: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3070710/)
  • Spesso si è portati a definire come casi effettivi di eutanasia praticati, quelli che invece sarebbe meglio definire in maniera differente. Il meccanismo pubblicitario complesso innescato da quanti vorrebbero la legalizzazione di tale pratica, ha portato ad esempio a definire come eutanasia un recente caso di sedazione profonda praticata su un malato terminale di SLA, Dino Bettamin. In questo, come in molti altri casi, quello che si fa realmente con la sedazione non è affatto provocare o accelerare la morte del paziente, come farebbe un qualsiasi intervento eutanasico, bensì soltanto sedare lo stesso, dietro sua esplicita richiesta, perché il suo approdo alla morte sia il meno doloroso possibile. L’inevitabilità e l’assoluta incombenza di tale evento, rendono possibile e consigliabile sedare il paziente perché finisca nel sonno la sua vita. Nulla a che vedere dunque con l’eutanasia.
  • Il principio che dovrebbe, come nel caso appena accennato, guidare le scelte del medico è quella della dovuta proporzione che sempre deve esistere tra il fatto oggettivo del male, nello stato in cui esso si presenta, e la soluzione terapeutica prescelta, avendo cura di evitare tutte quei casi in cui le procedure mediche sarebbero: «onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi». In tali casi infatti, insistere nelle terapie, porterebbe certamente ad ipotesi di accanimento terapeutico. Col sospendere le cure, invece, non si vuole procurare la morte, bensì si accetta di non poterla più impedire: «Le decisioni in tal senso dovrebbero essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278).
  • Altra cosa che non andrebbe mai dimenticata è che la medicina implica essenzialmente una relazione di cura, laddove quella fra medico e paziente non è affatto una relazione qualsiasi, bensì una relazione che nasce dal diritto/dovere/desiderio di prendersi cura di un soggetto/paziente. Questa relazione di cura è intrinsecamente asimmetrica, dacché il medico è sempre, o quasi, nella posizione di sapere cosa sta accadendo al paziente e ha, o dovrebbe avere, le competenze per poterlo aiutare. A ciò fa da pendant la condizione di vulnerabilità del paziente che, originandosi dall’esperienza della malattia, lo porta ad affidarsi volontariamente a chi ha conoscenze e competenze per poterlo aiutare. È dall’incontro tra il bisogno della persona ammalata e la promessa/possibilità d’aiuto da parte dell’esperto che “nasce”, in senso proprio, la medicina, quella relazione di cura cioè che si origina tra “quel particolare medico” e “quel particolare paziente”, relazione personalissima, dunque, che si concretizza in atti volti a procurare il bene-salute (finalità propria della medicina) del paziente stesso. Quella che è stata detta moralità interna, intrinseca alla medicina si coglie allora nella trasparenza di questo suo fine proprio (l’ottenimento del bene della salute del paziente), fine che determina non solo la natura della medicina (la sua dimensione ontologica), ma che anche funge da criterio per valutare la moralità (la bontà) di un qualsiasi atto che rientri nella prassi medica. E ciò è tanto più vero se si considera l’ipotesi di una malattia terminale o gravemente invalidante in cui potrebbe versare il paziente. Piuttosto che ricorrere allora all’armamentario dialettico fatto di espressioni quali: dichiarazione di volontà, scelta eutanasica, obbligo di esecuzione da parte del medico, sarebbe più giusto che un medico rettamente formato e informato, decidesse, nel caso concreto, se procedere alla sospensione di ogni terapia, o alla sua intensificazione, o ancora alla somministrazione di sedativi profondi, o ad altro ancora, alla luce proprio della sua scienza e coscienza, il che mai potrebbe essere scambiato per paternalistico arbitrio, essendo piuttosto il giudizio relativo a questi casi prognosticamente fondato sull’esclusivo bene di quella particolare persona che si ha dinanzi. E forse questo modo di intendere la deontologia medica, che ad onta di tutto, ancora resiste nell’universo professionale della medicina, che ha condotto le principali associazioni mediche occidentali a schierarsi contro l’eutanasia e il suicidio assistito (si veda l’interessante rassegna offerta nell’articolo presente alla pagina: http://www.uccronline.it/2017/02/03/suicidio-assistito-lamerican-psychiatric-association-si-schiera-contro/).
  • E proprio nell’ottica ippocratica della deontologia medica che è dato altresì cogliere il ruolo fondamentale, e costituzionalmente garantito ad ogni latitudine, svolto dal diritto dell’obiezione di coscienza, aspetto “stranamente” non considerato dalla proposta di legge presentata in tema di eutanasia. E invece, quando il medico si imbattesse in richieste del paziente, come potrebbe essere quella di essere sottoposto ad una trattamento eutanasico appunto, contrarie alle convinzioni dettate dalla sua insindacabile coscienza, obiettare verrebbe a configurare più che un diritto, un suo preciso dovere morale. Quello all’obiezione di coscienza, è bene ricordarlo ancora una volta, configura un diritto riconosciuto al livello nazionale ed internazionale, laddove, nei medesimi consessi, difficilmente si potrebbe venire a capo dell’esistenza di un riconosciuto “diritto a morire come e quando pare a ciascuno”.
  • Infine, sembrerebbe giusto concludere osservando come l’assurdo scenario di ipertrofia giuridica in cui si dibattono le nostre società costituisce un’altra delle concause culturali che hanno concorso a generare e che continuano ad alimentare la richiesta di una legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito, allo scopo, si dice, di evitare il ricorso a possibili episodi di trattamenti clandestini. Quello del morire, come quello del nascere d’altronde, dovrebbe invero rimanere un momento privato, vissuto nel contesto intimo della vita familiare, laddove possibile, e alla presenza di un medico che decida in scienza e coscienza il da farsi. Il diritto dovrebbe, con le sue categorie spersonalizzanti e generalizzanti, tacere del tutto o entrare il meno possibile in siffatti contesti. Un diritto siffatto, minimo, rappresenterebbe, si crede, non solo il miglior modo di garantire l’accettazione culturale della morte da parte di chi si trovasse a confrontarsi con una situazione limite, ma anche la maniera più certa per scongiurare possibili abusi da parte di chi, calato in una cultura tanatofila, alimentata eventualmente da disposizioni legali o dichiarazioni personali, si sentisse in dovere di interpretare “al meglio” e “nell’esclusivo interesse” del paziente la volontà di questi.

 

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