Interviste

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Sua Eminenza, cosa vuole comunicare con l’espressione “il dono della vita”?

“Si, mi preme dare il motivo vero per cui è stata scelta questa espressione, che di per sé può sembrare un’espressione di linguaggio consueto, innocua. Invece ha un significato pregnante, molto importante. Anche perché ci dobbiamo rendere conto che siamo al vertice della secolarizzazione.
La secolarizzazione mette al centro l’uomo autonomo, l’uomo che fa il centro della vita se stesso, che prende le sue decisioni, che si sente padrone della barca, della navigazione e del progetto.
Invece la vita è un dono: vuol dire che è innanzitutto un atto d’amore che non dipende da noi ma che è ricevuto.  Dobbiamo prendere coscienza con gioia e con letizia, come un fatto inequivocabile. Noi non potremmo neppure parlare, dire “a”, se prima non esistessimo, e l’esistere non dipende da noi. Nessuno di noi può alzarsi in piedi la mattina e credersi un piccolo padre eterno dicendo “io mi sono fatto da solo”.
La nostra vita esiste davanti al sole, davanti la natura, davanti agli altri uomini davanti la nostra coscienza perché Qualcuno ha progettato di noi e ci ha progettato con un disegno di benevolenza nei nostri confronti, per farci un regalo, per darci se stesso, un dono della propria vita. Far uscire da sé una parte di se: ecco l’uomo dono, l’uomo a immagine e somiglianza di Dio.

Il Vangelo ci dice che l’ideale del cristiano è il bambino in braccio a sua madre, il bambino che ancora non parla, l’infante, che non ha paura di dipendere, è contento di dipendere… anzi teme che venga abbandonato perché tutta la sua sorgente dell’esistere sta nella sua dipendenza da Dio.
Quindi noi possiamo essere liberi oggi e mettere in atto le nostre azioni, quelle sì, in quanto esiste la nostra vita, perché se non esistesse la vita come fatto fondativo, come dono prioritario, non potrebbe esistere neppure la libertà, non potrei né andare a scuola, né vantare diritti, né sentirmi responsabile di qualche cosa. Anzitutto il dono. E scoprire la vita come un dono è un orizzonte… È un orizzonte di dipendenza, è un orizzonte di amore, un orizzonte che richiama il progetto, un orizzonte che ti dice “se hai ricevuto la vita per dono allora anche la tua vita deve essere un dono per gli altri”.

C’è tutta una filosofia dentro che anzitutto suppone il Creatore che ci ha creato per amore, non era obbligato. Ha voluto far partecipe l’uomo, dotato di intelletto e capace di capirlo, del dono di sé… la vita, l’esserci.
Questo è il primo fondamentale grande pilastro che si chiama valore fondativo. La nostra vita non è assoluta, assoluto è solo Dio. Noi invece siamo dipendenti, ma dipendenti di una dipendenza di amore, di un atto d’amore, di un amore non solo da ricevere ma da spendere.
Quando si dice il dono della vita si intende un progetto ricevuto e un progetto da esplicare, da fare in mezzo agli altri. Parliamo di un amore che si riceve e su quello si fondano tutte le motivazioni per cui si agisce.
La società di oggi invece è incentrata su un’altra idea, sull’idea secolarizzata dell’uomo artefice di se stesso, dell’uomo autonomo, dell’uomo padrone della barca, del navigare e padrone del timone della barca.

Invece noi abbiamo bisogno di sentire che non siamo soli che nel nostro interiore c’è una forza più grande di noi che ci sorregge, e siamo contenti di questo, come il bambino è contento di stare con la guancia appoggiata sulla guancia della mamma, sul petto della mamma e teme di essere buttato fuori. 
E infatti il mondo attuale sconta il secolarismo con la depressione, con il pessimismo, con la disperazione perché si sente senza fondamento …  in braccio a chi stiamo? E quali sono le forze che comandano? A chi stiamo obbedendo? Questi sono gli interrogativi che portiamo con noi.

Naturalmente i nostri programmi variano… si tratterà di accogliere la vita che sta venendo in una coppia, di accogliere un handicappato che ha l’immagine di Dio, chiama con se tanto amore e dà motivo di amare a tutti quelli che si avvicinano; accogliere l’anziano che sta nella sofferenza o il malato che sta a letto; accogliere il giovane che deve costruire il suo avvenire, il suo futuro e non sa dove poggiare i suoi affetti, la sua affettività, non sa di chi fidarsi. In ogni caso, in ogni programma, c’è un discorso fondativo: l’essersi scoperti come dono e aver concepito la vita come un dono da fare.

Ecco, questo è il nucleo della nostra associazione.”

Tratto dall’intervista al Cardinale Sgreccia nel giorno del suo 88esimo compleanno (6 giungo 2016).