Biografia

Gli studi, la nascita della Bioetica e il suo primo insegnamento

Elio Sgreccia, ultimo di sei figli, nasce il 6 giugno del 1928 a Nidastore di Arcevia, in provincia di Ancona, da una famiglia di semplici agricoltori. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1952 presso la diocesi di Fossombrone (successivamente unita a quella di Fano) si laurea nel 1963 in Lettere e Filosofia presso l’Università di Bologna. 
Dal 1954 al 1972 è vicerettore, docente e infine rettore del Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” di Fano; dal 1972 al 1973 vicario generale della Diocesi di Fossombrone. Nel 1973 approda a Roma, con l’incarico di occuparsi della pastorale universitaria in qualità di Assistente Spirituale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Laureato in Filosofia e fortemente interessato alle tematiche morali, Elio Sgreccia inizia a farsi notare non solo per le sue doti pastorali nell’accompagnamento spirituale dei giovani universitari, ma anche per la sua autorevole presenza all’interno dell’acceso dibattito pubblico che in quegli anni andava delineandosi intorno alle tematiche dell’aborto, della fecondazione artificiale e dell’identità dell’embrione e che rendeva l’Università uno dei luoghi più esposti ed al centro della contestazione.
La biomedica e l’ingegneria genetica compivano i loro primi passi nel campo della medicina e tutto ciò poneva con urgenza nuove e cruciali questioni etiche di non facile ed immediata soluzione davanti alle quali neanche la Chiesa aveva espresso il suo pronunciamento definitivo.

Fu chiamato, ancora da semplice presbitero, dapprima a collaborare nella redazione della rivista Medicina e Morale, di cui divenne in seguito vicedirettore e co-direttore, e poi, in qualità di studioso di tematiche etiche, a rappresentare la Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, prendendo parte prima parte ai lavori di una commissione per la stesura di una raccolta documentativa sul tema: Il medico e i diritti dell’uomo (Le médicin et les droits de l’homme) e poi, a partire dal ’82, dell neo-costituito Comité ad hoc per la gestione bio-medica delle nuove problematiche (CAHBI), successivamente modificato in quello che tutt’ora è il Comitato Etico del Consiglio d’Europa.

Questi incarichi furono per lui non solo un modo per far sentire la voce della Santa Sede all’interno di importanti consessi internazionali in merito a questioni fondamentali, ma anche l’occasione privilegiata per accrescere e affinare la sua preparazione, che non poteva più essere solo di natura etica e filosofica ma necessitava di allargarsi  anche al campo medico, biologico e giuridico.
Fu proprio in virtù del ruolo cruciale e di grande responsabilità che Mons. Sgreccia stava ricoprendo in quegli anni all’interno del dibattito etico e medico-scientifico, che allo scadere del suo mandato presso l’Università Cattolica non gli fu permesso di tornare in diocesi: gli chiesero di continuare a prestare il suo servizio a Roma e gli fu affidato il primo ciclo di lezioni di una disciplina inedita per il curriculum universitario dell’epoca: la Bioetica.

L’ Elaborazione del pensiero

L’insegnamento della nuova materia ebbe inizio con un corso facoltativo; ben presto si avverte la mancanza non solo di un manuale di Bioetica su cui far studiare gli studenti, ma anche di una teoria ben strutturata che potesse fornire ai futuri medici, al di là della semplice organizzazione di informazioni su argomenti specifici, chiari fondamenti filosofici e razionali in virtù dei quali riuscire a districarsi tra i nuovi e urgenti interrogativi di natura etica.
Servivano dei criteri, validi per credenti e non credenti, a partire dai quali essere in grado di formulare giudizi di liceità davanti a fenomeni come la manipolazione genetica, la fecondazione artificiale e a tutte le questioni che sarebbero emerse in futuro: serviva un ordine ragionato, razionale e filosofico, un fondamento antropologico per un’etica medica valida per tutti.
Fu a questo punto che Sgreccia, chiamato a riempire un vuoto sia di natura didattica che di natura epistemologica con la stesura di un primo manuale di Bioetica, elabora il personalismo ontologicamente fondato come assioma di riferimento e il metodo di integrazione triangolare come metodo conoscitivo privilegiato per la formulazione del giudizio.

Il personalismo ontologicamente fondato

Rifacendosi al personalismo di Jacques Maritain, Emmanuel Mounier e di Paolo IV, e volendosi porre in discontinuità con il relativismo utilitaristico della scuola anglosassone (principialismo) e con l’etica europea di tipo liberalista che imperavano in quegli anni, Sgreccia elabora un modello ragionevole, conforme alla scienza nel fondamento come nel metodo e in armonia con i valori cristiani.
La sfida era trovare un paradigma filosofico e razionale che con la Rivelazione non avesse nulla da perdere, ma che anzi da essa poteva essere arricchito e potenziato, un impianto filosofico in
cui il cattolico poteva riconoscersi senza rinunciare a ragionare: il personalismo ontologicamente fondato.

Con l’espressione personalismo ontologicamente fondato si intende quel pensiero che pone al centro la persona umana, considerata sacra e inviolabile, ma a differenza delle altre filosofie personaliste che legavano l’essere persona ad una capacità razionale e di autonomia tipica del soggetto adulto, Sgreccia vi lega un fondamento ontologico secondo cui la persona è persona dal primo momento del suo esserci, e quindi dal suo concepimento, fino alla sua morte naturale, perché il suo essere persona è legato alla categoria dell’essere e dell’esistenza, non tanto a quelle dell’avere o del fare: l’uomo è tale per il fatto di essere uomo, cioè di avere un’essenza o natura umana. Se il discriminante è l’esserci, l’essere vivi, a prescindere dalle condizioni fisiche, sociali o economiche, dall’età, dall’efficienza, dall’utilità; e se ad una stessa essenza corrispondono gli stessi diritti, allora l’uomo inizia ad essere uomo già dal grembo materno e come tale va rispettato e tutelato fino all’ultimo respiro.

Il metodo di integrazione triangolare

Una volta individuato il fondamento antropologico, occorreva elaborare un sistema epistemologico secondo cui affrontare una problematica di natura bioetica a partire da dati scientifici.
Essendo la bioetica composta da più scienze (la biologia, la medicina, la genetica, la filosofia, la morale, il diritto), alcune di natura sperimentale e altre di natura non sperimentale, e non essendoci un criterio gerarchico di importanza dell’una rispetto alle altre, Sgreccia elabora un metodo di indagine capace di connetterle tra loro in modo integrato al fine di arrivare all’elaborazione di un giudizio di liceità o meno: il metodo di integrazione triangolare.

Si parte dalla prospettiva medica in cui si descrive in modo puntuale e oggettivo il carattere clinico del fenomeno che si prende in esame, per passare poi ad un piano verticale valutativo in cui si pone al centro l’aspetto antropologico: è il momento di natura filosofica in cui si pongono le domande sul suo significato e le sue conseguenze sull’uomo.
Il terzo momento è lasciato alla deduzione etica, all’elaborazione del “cosa si deve fare” secondo il dovere della coscienza a partire dalla dignità della persona umana, sulla quale può successivamente poggiarsi il principio giuridico.

La carriera accademica e la diffusione della Bioetica Personalista 

Viene pubblicato dunque nel 1986 il primo manuale di bioetica personalista, dal titolo
Bioetica. Manuale per medici e biologi, che diventerà poi la base per un’opera più ampia, Manuale di Bioetica , divisa in due volumi (Volume I. Fondamenti ed etica biomedica; Volume II. Aspetti medico-sociali) e che vedrà negli anni quattro edizioni, variate ristampe e numerose traduzioni. 
La pubblicazione del primo manuale di Bioetica apre la strada alla nascita della prima cattedra in Bioetica e successivamente all’indizione del primo concorso pubblico per la nomina del docente ordinario, vinto da Sgreccia nel 1992. L’acquisizione di tale carica, riconosciuta dall’autorità statale e civile, gli permetterà di creare la prima cattedra di Bioetica e, al fianco del già esistente Centro di Bioetica fondato nel 1985 e di cui manterrà la presidenza fino al 2006, l’Istituto di Bioetica, con l’attivazione di corsi di perfezionamento, master post-laurea e dottorati di ricerca, allo scopo di formare docenti, sostenere la didattica e la ricerca, e soprattutto creare e diffondere cultura sul tema, anche al di fuori dell’ambiente universitario.

Dirigerà l’Istituto fino al 2000, impegnandosi in un’intensa opera di divulgazione della bioetica personalista, in Italia e all’estero, partecipando a congressi, convegni e dibattiti pubblici su tematiche controverse (quali la diagnosi prenatale, la procreazione artificiale, l’identità dell’embrione, l’eutanasia, la manipolazione genetica, la ricerca sulle cellule staminali embrionali) e intraprendendo numerosi viaggi per istituire, ovunque lo chiamassero, l’insegnamento della bioetica all’interno delle Università in giro per il mondo. In virtù della sua attività viene nominato da Giovanni Paolo II nel novembre 1992 vescovo e segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia (fino al 1996) e nel 1994 vice-presidente della neo-istituita Pontificia Accademia per la Vita, di cui sarà presidente dal 2005 al 2008, anno delle sue dimissioni per sopraggiunti limiti d’età.
É stato, infine, membro del Comitato Nazionale di Bioetica dalla sua istituzione (1990) fino al 2006.

La Pastorale

Ulteriore elemento caratterizzante l’opera e la missione sacerdotale di Mons. Sgreccia è promuovere, valorizzare e sostenere un settore ancora inesplorato all’interno dell’azione pastorale della Chiesa: la pastorale della vita. Intuisce che la difesa della vita è una battaglia che si gioca prima di tutto all’interno della coscienza di ognuno e che la Chiesa è chiamata a formare, educare e accompagnare le persone sui temi della vita e della famiglia attraverso una pastorale chiara e rinnovata.
È per questo motivo che, dopo il suo pensionamento dalle cariche ufficiale, si dedica a tempo pieno ad un’ appassionata opera di pastorale a servizio delle famiglie, dei giovani, degli adolescenti, dei fidanzati e delle comunità parrocchiali, per la formazione di laici e religiosi.

A lui si deve il primo corso di Pastorale della Vita tenuto presso il Pontificio Istituto per studi su Matrimonio e Famiglia, con la successiva pubblicazione di due volumi in cui affronta il tema della pastorale a commento dell’Enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II.
Nel 2004 crea la Fondazione Ut Vitam Habeant in supporto alle attività educative della già esistente Associazione Donum Vitae attraverso cui continua ad essere un importante punto di riferimento nel dibattito sui temi etici e della tutela della vita. 
Nell’ambito della pastorale va considerata anche l’iniziativa di sostegno alle case famiglia dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata dal suo amico don Oreste Benzi, alla quale ha donato, insieme al sacerdote condiocesano Mons. Alessandro Pierotti, due edifici restaurati per ospitare due comunità nel paese natio di Nidastore.

Tra le sue attività al di fuori dell’Italia è stata significativa l’esperienza in Burkina Faso al seguito di un sacerdote Camilliano che ha portato alla creazione di un Centro per la prevenzione dell’Aids a partire dall’educazione e dalla modifica dei comportamenti, arrivando a coinvolgere la pastorale anche delle nazioni vicine (Costa d’Avorio e Centro Africa).