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"Il Dono della Vita"

A 50 anni dalla pubblicazione di Humanae Vitae. Verità, fedeltà e profezia nel Magistero di Paolo VI.

“Il sottoscritto Cardinale Elio Sgreccia, partecipe nella riflessione e nella redazione del testo – di cui si pubblica qui una breve sintesi – ha chiesto di apporre con la firma l’espressione della sua adesione e della sua gratitudine verso l’autore Antonio Casciano”.

+ Elio Card. Sgreccia

Quest’anno ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione – era il 25 luglio del 1968 – dell’Enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, che, come i più sapranno, condensa, nei suoi 31, brevi capitoli, una magistrale ed insuperata sintesi degli insegnamenti morali della Chiesa Cattolica su temi che vanno dalla pratica della castità coniugale, da iscriversi sapientemente nel quadro di una mutua relazione di grazia che ha origine e fondamento nel vincolo sacramentale del matrimonio, all’esercizio responsabile e libero della genitorialità, nella cui trasparenza cogliere la ratio prima ed ultima delle dinamiche sessuali di coppia; dalla liceità del ricorso ai metodi di regolazione naturale della fertilità, resi oggetto di un giudizio informato ad una concezione antropologica che fonda da sempre il magistero universale ordinario della Chiesa in materia morale, agli effetti molteplici, crescenti, per molti versi esiziali, legati al diffondersi su scala globale di una mentalità contraccettiva.
Si sarebbe portati a dimostrare la verità degli insegnamenti contenuti, in ordine a detti temi, in questa Enciclica muovendo esclusivamente dall’analisi storica delle reazioni che essa fin dall’origine ha generato. A dire che, se da sempre la Chiesa è stata chiamata ad essere “segno di contraddizione” agli occhi di popoli e di ere accecati da un attaccamento idolatrico alla cose ed alla mentalità del mondo, l’eroicità inconcussa del μάρτυς, del testimonio immarcescibile, è esattamente ciò che si può cogliere guardando al travaglio intimo e, al contempo, alla serena e lucida fermezza conservata, nel tempestoso iter che portò all’elaborazione prima e alla promulgazione poi dell’Humanae Vitae, da parte di Paolo VI. Detto iter ebbe inizio nel 1963, quando Giovanni XXIII decise di istituire una “Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità”, col compito di ricercare e proporre soluzioni circa la possibile conciliazione dottrinale tra la morale tradizionale cattolica in materia sessualità coniugale e le tecniche di regolazione delle nascite. La vulgata neomaltusiana, particolarmente in voga all’epoca – siamo alle soglie del ’68, del decennio cioè che avrebbe rivoluzionato, su scala globale, costumi, abitudini e forma mentis di intere generazioni– aveva permeato potentemente le agende e la comunicazione istituzionale dell’ONU e di altre organizzazione non governative come l’International Planned Parenthood Federation, veicolando il consunto, allarmistico proclama circa la crescita esponenziale e fuori controllo della popolazione, e agitando lo spauracchio di sempre, l’incapacità del pianeta di rigenerarsi e garantire una copertura alimentare per tutti. Da qui l’interesse anche da parte del Papa e delle gerarchie vaticane per questi temi, che si sarebbe sostanziato nella creazione della Commissione già menzionata, voluta da Giovanni XXIII. Lo studio operato da parte di questa sarebbe proseguito fino al 1966 quando la Commissione consegnava l’esito dei lavori, che veniva tuttavia secretato in attesa delle decisioni di Paolo VI, nel frattempo assurto al soglio pontificio. Ma, prima di conoscere il parere del Pontefice, nell’aprile del 1967, venivano riportati sulle principali testate internazionali i risultati delle votazioni finali avvenute in senso alla medesima Commissione. Si racconta dell’esistenza di due pareri contrastanti, uno favorevole al riconoscimento della liceità morale della “pillola contraccettiva”, approvato con 70 voti, e uno contrario, approvato con soli 4 voti, versione tuttavia mai confermata ufficialmente. Paolo VI, allora decise di giocare un’altra mossa, che sarebbe stata decisiva e dirimente. Incaricava prima la Congregazione della dottrina della fede, che avrebbe lavorato al testo dal giugno del ’66 fino alla fine del ’67, e poi la Segreteria di Stato, che invece avrebbe operato sullo stesso fino alla metà del ’68. L’obiettivo era quello di approfondire il caso, ascoltando il parere autorevole di nuovi esperti: il materiale complessivamente raccolto sarebbe alla fine servito a Paolo VI per scrivere e pubblicare l’Humanae vitae.
L’Enciclica si apre accennando ad un nodo cardine dell’articolata e sistematica riflessione condotta da Paolo VI, quello cioè relativo al «gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore» (Humanae Vitae, n. 1), aspetto che fin da subito viene posto in connessione con una serie di nuove, urgenti questioni che l’evolversi della società ha generato e che «la Chiesa non può ignorare» (Ibidem). Tali urgenze, a detta del Pontefice, attengono: 1) alla rapidità dello sviluppo demografico che porta con sé tentazioni di controllo biopolitico della crescita delle popolazioni da parte dei governi nazionali e degli organismi internazionali; 2) all’accresciuta esigenza di regolare le nascite all’interno dei singoli nuclei familiari, col fine di garantire condizioni di vita migliori alle nuove generazioni; 3) agli scenari inediti venuti a configurarsi in seguito ai nuovi ruoli sociali riconosciuti alle donne e alla mutata considerazione culturale delle stesse che ne è derivata; 4) alla straordinaria ampiezza e profondità dei progressi compiuti dall’uomo quanto al dominio razionale ed organizzazionale delle forze della natura, per mezzo dell’ausilio della tecnica.
A fronte di tali, epocali sfide si facevano sempre più pressanti le domande volte a questionare la validità di norme morali la cui efficacia pareva messa in discussione dall’accresciuta difficoltà a garantirne, nei mutati contesti culturali e sociali, una reale osservanza, «dato l’accresciuto senso di responsabilità dell’uomo moderno, [che induce a chiedersi se] non sia venuto il momento di affidare alla sua ragione e alla sua volontà, più che ai ritmi biologici del suo organismo, il compito di trasmettere la vita» (HV, n. 2). Domande, quindi, che, come si può facilmente intuire, mettevano in dubbio la validità della stessa «dottrina morale del matrimonio, dottrina fondata sulla legge naturale e arricchita dalla rivelazione divina» (HV, n. 3).
Solo nella profondità di tale respiro metafisico, si può dare infatti contezza piena della valenza soprannaturale del matrimonio cristiano, «sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione ed educazione di nuove vite» (HV, n. 8). Vengono, all’interno di questi passi ispirati, sapientemente condensati i gangli della dottrina cristiana sul matrimonio, la cui singolare importanza, nell’economia complessiva degli strumenti di santificazione e salvezza messi a disposizione dell’uomo, si evince oltre che dal numero e dall’ampiezza dei passi biblici che ad esso espressamente si riferiscono, anche dal fatto che Cristo stesso lo avrebbe innalzato alla dignità di sacramento, ovvero di segno tangibile, efficace ed immanente della sua Grazia trascendente e salvifica, che la Chiesa è chiamata a dispensare per mezzo di ministri le cui funzioni, in questa specialissima fattispecie, vengono assolte dagli stessi nubendi.
Ora, la finalità costitutivamente propria dell’espressione corporea della loro sessualità, è data dalla fecondità potenziale di un atto di amore che è strutturalmente aperto all’esistenza di chi non è ancora, alla generazione cioè di una nuova vita. L’apertura alla procreazione è cioè una componente intenzionale coessenziale dell’atto coniugale, dal momento che la stessa unione genitale degli sposi è finalizzata intrinsecamente alla comunicazione della vita, come donazione integrale e reciproca che gli stessi sono chiamati ad attuare. A dire che l’unione carnale dei coniugi non è mai un incontro situabile solo a livello biologico, perché la sua fecondità simbolica permane immutata a prescindere dall’effettivo avvio di un processo fisiologico che porterà alla generazione di una nuova vita. La procreazione responsabile è, piuttosto, deliberata apertura alla vita da parte dei coniugi che si donano nella loro totalità e proseguono questa donazione d’amore prolungandone gli effetti nell’assolvimento congiunto del compito educativo.
Portato fuori dal contesto dell’amore coniugale, pertanto, l’atto riproduttivo smarrisce la sua dignità di atto nel quale gli sposi cooperano al disegno di Dio nella creazione di una nuova vita, perde cioè la sua profondità e consistenza propriamente sponsale. La mediazione corporea, infatti, interrompe il nesso di causalità tra decisione procreativa e nascita di una nuova vita e apre simbolicamente al mistero di una vita “altra” rispetto a quella dei genitori, alterità che, a prescindere dalla sola concatenzione biologica degli eventi unitivi, è insieme indice e cifra della sua dignità singolare, ineludibile e irripetibile, in una parola della sua dignità personale. E solo in una prospettiva personalista siffatta possiamo finalmente cogliere la fisionomia originaria e propria dell’atto coniugale. È questo il significato profondo che emerge dal tessuto argomentativo dell’Humane Vitae, confermato, tra l’altro, nella pienezza della sua valenza dottrinale, dalla Familiaris Consortio: tra i due significati dell’atto coniugale, unitivo e procreativo, vi è una implicazione reciproca, nel senso che l’unità tra i coniugi sarà piena solo se vi sarà una contestuale disponibilità ad accogliere una nuova vita: «Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione alla paternità» (HV, n. 12).
Innestare il contributo unitivo dei coniugi in una progettualità che li comprende e li supera infinitamente, significa far propria quella concezione che vede il figlio come un dono, la determinazione delle cui fattezze, non solo somatiche, mai potrà dirsi nella disponibilità esclusiva dei genitori, che dunque sono una volte per tutte chiamati ad uscire dalla logica dell’attuazione di un “progetto generativo”, attraverso il quale poter dare concretezza ai loro deliberati desideri procreativi. La paternità responsabile non è infatti attuazione rigida e fredda di un’attività programmatica –come accade, ad esempio, nella messa in atto di un progetto procreativo che domandi l’ausilio delle tecnica in fase di fecondazione, sia essa omologa od eterologa– ma è piuttosto l’assenso prestato ad un compito che chiede “cor-responsabiltà”: la scelta di avere un figlio non è mai solo una conseguenza esclusiva e diretta della decisione generativa dei coniugi, ma quando si affida alla mediazione dell’unione corporea propria dell’atto coniugale, accetta di sostanziarsi in una forma di adesione ad un progetto previo, ad un precedente disegno nel quale i coniugi scelgono di entrare liberamente, ma il cui contributo non esaurisce completamente. È in questo senso allora che ogni tentativo messo in campo dai coniugi con il fine specifico di alterare l’incedere fisiologicamente proprio di un processo generativo, non può non esser visto come un’interferenza indebita nei dinamismi attuativi di una simile progettualità trascendente: è da escludersi dunque la liceità morale di qualsiasi azione che, «o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione» (HV, n. 14).
La fisiologica potenzialità procreativa dell’unione coniugale è un bene così intimamente radicato nei dinamismi di coppia e nella natura amorosa dei suoi rapporti che, pur in presenza di altri requisiti dell’amore coniugale, il suo impedimento contraccettivo non può essere ottenuto senza una simultanea ferita alla dignità delle loro persone e all’integrità dei significati oblativo e unitivo del rapporto, integrità che, sola, lo rende autenticamente umano. Nella sua originaria “verità”, infatti, la sessualità sponsale parla il linguaggio della reciproca donazione e dell’accoglienza totale (“io mi dono totalmente a te e ti accolgo totalmente”), mentre nel dispiegarsi dell’artificio contraccettivo viene costretta parlare un linguaggio ad essa estraneo, il linguaggio delle reciproca negazione (“non mi dono totalmente e non ti accolgo totalmente”).
Il riconoscimento auto-osservativo della fertilità femminile, ciclicamente ricorrente, è che alle coppie desiderose di avere un figlio rende possibile lo svolgimento mirato della sessualità nel periodo fertile del ciclo e alle coppie bisognose, per gravi ed ineludibili ragioni, di dovervi rinunciare, mediante il suo svolgimento elettivo nei periodi fisiologicamente non fertili della donna, rende possibile la salvaguardia della pienezza dei loro atti coniugali, che sarebbe viceversa violata dal ricorso alle pratiche contraccettive. Un esercizio rispettoso della propria e altrui fertilità, da parte di ogni coniuge, all’interno di ogni singolo atto coniugale, realizza la virtù della castità sponsale, disposizione morale capace di richiamare i protagonisti all’esercizio congiunto di tutte le virtù veramente necessarie alla vita matrimoniale colta nel suo insieme, oggi radicalmente messa in discussione tanto dal ricorso sfrenato ad una sessualità di coppia che ha sempre più i tratti della megalomania pornografica, quanto dal ricorso alle tecniche di manipolazioni non terapeutiche della fisiologia procreativa.
La pratica dell’astensione dalla sessualità tra i coniugi nei periodi fecondi, in nessun caso può essere assimilata alla decisione di una sessualità deliberatamente deprivata della sua connaturale apertura alla vita: vero è che in entrambi i casi i coniugi perseguono l’obiettivo di evitare una gravidanza, ma solo nel primo, la gravità obiettiva dei motivi che si accompagna a tale scelta domanda che essa si sostanzi nell’astensione completa dai rapporti nei periodi fecondi, per continuare a fruire, nei periodi ciclicamente infertili, di quella che costituisce una componente intimamente necessaria alle dinamiche dell’amore coniugale, l’esercizio responsabile e rispettoso della sessualità appunto. Nel caso del ricorso alle metodiche contraccettive, invece, in nessun momento vengono considerate le esigenze: 1) della continenza periodica, da iscriversi nel più ampio quadro della castità coniugale; 2) dell’astensione dal ricorso ad un uso strumentale della medesima componente sessuale; 3) della rinuncia ad interferire nell’incedere fisiologico delle naturali dinamiche delle sessualità coniugale, aspetti tutti che, al contrario, nella pratica dell’astensione dai rapporti matrimoniali nei periodi fertili, vengono pedissequamente osservati ed onorati. È per questo che «i due casi differiscono profondamente tra di loro: nel primo i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso impediscono lo svolgimento dei processi naturali» (HV, n. 16).
Parlare allora dei beni della castità, matrimoniale e non, della indisgiungibilità del momento unitivo e procreativo dell’atto sessuale coniugale, della regolazione naturale della fertilità di coppia, come di virtù morali naturali, significa leggerne l’essenza alla luce non solo della ragione pratica che, illuminata dalla fede, può coglierne il senso autentico, ma anche appurarne il loro essere naturalmente preordinate a favorire lo sviluppo umano integrale di ogni persona, così come il dispiegarsi in pienezza della donatività reciproca ed incondizionata sottesa all’esistenza del vincolo sponsale, beni che sono tali agli occhi di ogni ragione che voglia dirsi tale, che non voglia cioè ingannarsi deliberatamente. Uno stile di vita coniugale ispirato ad un simile esercizio virtuoso della sessualità sponsale non solo agevola l’edificazione serena e fruttuosa della primordiale cellula di ogni società umana, qual è la famiglia nucleare, ma fa sì anche che i suoi benefici effetti si estendano agli altri ambiti della vita di relazione, propiziando la realizzazione di un altro sogno vagheggiato dalla visionarietà profetica di Paolo VI, quello dell’instaurazione di una “civiltà dell’amore” che sola potrà rendere la città terrena ad immagine di quella celeste.
L’eclissi lenta, progressiva, inesorabile di una cultura della sessualità coniugale ultimamente fondata sull’antropologia cristiana della castità sponsale, i cui tratti precipui abbiamo cercato di sbozzare fin qui, ha prodotto la diffusione, ormai su scala globale, della cosiddetta “mentalità contraccettiva”, intendendosi, con questa locuzione, un modello culturale che ha realizzato una serie interminabile di esiziali effetti a catena, che vanno dall’aborto alla banalizzazione della sessualità con conseguenti ricadute sulla moralità dei singoli come delle collettività nel loro insieme; dalle violenze a sfondo sessuale alla strumentalizzazione della donna; dalla pornografia all’adozione sempre più massiccia di soluzioni biopolitiche di controllo delle nascite; dalle distruzione dell’unione matrimoniale e della famiglia, con conseguente aumento del numero dei divorzi ai casi di marginalizzazione sociale delle fasce più deboli. Tutto questo dimostra inequivocabilmente come l’inquietudine di Paolo VI, la sua insonne ansia di sventare la minaccia dell’irrompere sulla scena sociale mondiale di una mentalità siffatta, al costo pure di tante sofferenze, umiliazioni, incomprensioni, era nient’altro che la mesta prefigurazione, il triste presagio di una rivoluzione antropologica che di lì a poco avrebbe subdolamente offerto a generazioni e popoli i suoi ingannevoli frutti di distruzione e di morte. Da qui la sua profetica insistenza sull’integrità ed integralità del messaggio che la Chiesa doveva continuare a trasmettere, senza lasciarsi influenzare dal carattere radicale e polemico della montatura mediatica che di lì a poco l’avrebbe investita, ma anzi ribadendo che la sua vocazione ad essere “segno di contraddizione”, e dunque non cessando per un istante dalla sua missione «di proclamare con serena fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica. Di essa la Chiesa non è stata autrice, né può quindi esserne arbitra; ne è soltanto depositaria ed interprete», e come tale essa sola è in diritto di reclamare il suo ruolo di sempre, quello di «amica sincera e disinteressata degli uomini che vuole aiutare, fin dal loro itinerario terrestre, “a partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini”» (HV, n. 18).

ANTONIO CASCIANO

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